“Come il cacio sui maccheroni” un gustoso modo di dire
È un simpatico detto in romanesco che constata l’accostamento perfetto di due elementi, in questo caso il cacio e i maccheroni. Avete mai[...]
Se oggi, leggendo una notizia incredibile o ascoltando un racconto bizzarro di un amico, avete sentito un brivido lungo la schiena, fate attenzione: potreste essere le vittime designate del classico “pesce d’aprile”. A Roma, però, non ci si limita a fare uno scherzo; l’obiettivo finale è veder trionfare l’ingenuità della vittima per poter esclamare, con un pizzico di malizia: “C’hai abboccato come un boccalone!”.
Ma da dove viene questa espressione così radicata nel gergo capitolino e perché proprio questo pesce è diventato il simbolo della creduloneria? Scopriamo insieme le origini di questo gustoso modo di dire.
Dire a qualcuno che è un “boccalone” (o che ha “abboccato” a una proposta) significa etichettarlo come una persona estremamente ingenua, sprovveduta o eccessivamente fiduciosa. È colui che non mette filtri tra ciò che sente e ciò che crede, spalancando metaforicamente la bocca per accogliere qualsiasi “sola” (fandonia) gli venga propinata, senza sospettare che dietro l’esca possa nascondersi un amo tagliente.
L’origine dell’espressione è strettamente legata alla natura. Il Boccalone è il nome comune del Persico Trota, un pesce d’acqua dolce introdotto nei laghi del Centro Italia (come il Lago di Bracciano e il Trasimeno) alla fine dell’Ottocento.
Perché è diventato sinonimo di credulone? La risposta risiede nel suo comportamento: il boccalone è un pesce incredibilmente vorace e aggressivo. A differenza di altre specie più scaltre, lui attacca quasi tutto ciò che si muove nell’acqua. Per un pescatore, insidiare un boccalone è relativamente semplice: basta un’esca colorata, anche finta, e lui si avventerà a bocca spalancata (da cui il nome) senza riflettere. Da qui il paragone con l’essere umano che, davanti a una notizia sensazionale, non ne verifica la veridicità e la “ingoia” interamente.
Nel dialetto romanesco, il termine assume una sfumatura ancora più vivida. Il verbo “abboccà” non descrive solo l’atto di abboccare all’amo, ma evoca l’immagine di chi resta a bocca aperta per lo stupore o per l’incapacità di reagire.
A Roma, il “boccalone” è spesso il protagonista involontario di quelle “supercazzole” o racconti iperbolici tipici dell’ironia capitolina. Se il 1° aprile è la festa mondiale degli scherzi, all’ombra del Colosseo è la celebrazione ufficiale del boccalone, che con la sua reazione genuina regala la soddisfazione più grande a chi ha ordito la beffa.
Oggi più che mai, in un’epoca di fake news e informazioni lampo, il rischio di “abboccare” è dietro l’angolo. Che sia per un titolo acchiappaclic o per lo scherzo di un collega, ricordatevi della lezione del Persico Trota: non tutto quello che brilla è un pasto gratis.
Quindi, occhi aperti e spirito critico sempre vigile… per evitare che stasera qualcuno vi guardi ridendo e vi dica: “Anvedi questo, c’è cascato con tutte le scarpe… proprio come un boccalone!”
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