I 3 modi in cui un romano ti spiega la strada (e nessuno è preciso) | Roma.Com
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I 3 modi in cui un romano ti spiega la strada (e nessuno è preciso)

«È qua dietro», «stai a du’ passi», «vai sempre dritto». Piccolo manuale di sopravvivenza alle indicazioni stradali romane, per chi ci deve arrivare davvero.

 

Chiedere la strada a Roma è un’esperienza che non somiglia a nessun’altra.

Non è che i romani non sappiano dove stanno le cose. Lo sanno benissimo. Il problema è che hanno un sistema di misura tutto loro, e quel sistema non è compatibile con nessuna mappa.

Ci sono tre modelli fondamentali, e chiunque abbia chiesto informazioni in questa città li ha incontrati tutti.

 

1. «È qua dietro»

È la risposta più comune e la più pericolosa.

Qua dietro, a Roma, non indica una distanza. Indica un rapporto affettivo con il luogo. Se chi risponde ci va spesso, è qua dietro. Se non ci va mai, è dall’altra parte della città, anche se sono le stesse identiche strade.

Nella pratica, qua dietro può voler dire cento metri oppure venti minuti a piedi con due salite. Non c’è modo di saperlo in anticipo.

La variante avanzata è: è qua dietro, poi giri. Il poi giri è il punto in cui l’informazione si dissolve, perché non viene mai specificato dove.

2. «Vai sempre dritto»

Questa è la più tecnica delle tre, e la più fuorviante. Sempre dritto presuppone che esista una linea retta. A Roma, quasi mai. Il centro storico è fatto di vicoli che curvano impercettibilmente, di piazze che sembrano incroci e di strade che cambiano nome tre volte in quattrocento metri.

Chi dice sempre dritto sta in realtà descrivendo il percorso che fa lui, e che nella sua testa è dritto perché lo fa da trent’anni senza pensarci.

La conseguenza tipica è che si arriva in un punto in cui la strada si apre in tre direzioni, tutte ugualmente dritte, e non c’è più nessuno a cui chiedere.

3. «Nun te preoccupà, non te poi sbaglià»

Il terzo modello è il più rassicurante e il più inaffidabile.

Non è un’indicazione: è un’assicurazione emotiva. Chi la pronuncia sta dicendo che secondo lui il percorso è ovvio, e che quindi non serve spiegarlo nel dettaglio.

Il problema è che l’ovvietà è personale. Quello che non si può sbagliare per chi abita in zona è esattamente ciò che sbaglia chiunque altro.

Si riconosce perché arriva sempre alla fine, come chiusura, e perché è accompagnata da un gesto della mano che indica una direzione generica.

Il gesto, che è metà dell’informazione

A proposito di gesti: a Roma le indicazioni stradali sono per almeno metà non verbali.

C’è la mano piatta che taglia l’aria e vuol dire prosegui. C’è il dito che ruota e vuol dire gira. C’è il movimento del mento che indica una direzione senza usare le mani, tipico di chi sta facendo altro.

Il guaio è che il gesto è impreciso per definizione. Una mano puntata copre un angolo di quindici gradi, che a duecento metri di distanza diventano due strade diverse.

C’è poi una variante che merita un capitolo a parte: l’indicazione di gruppo. Se si chiede la strada davanti a un bar, non risponde una persona sola. Rispondono in tre, quasi sempre in disaccordo tra loro, e la discussione che ne nasce riguarda il percorso migliore e non quello richiesto.

Nel giro di un minuto si è passati da un’informazione a un dibattito sulla viabilità del quartiere. Chi ha fatto la domanda, a quel punto, è diventato spettatore.

Il consiglio pratico è aspettare che finiscano. La sintesi finale, quando arriva, è di solito la più affidabile che si possa ottenere in questa città.

Perché succede

La spiegazione non è la sciatteria. È che i romani si orientano per punti di riferimento e non per nomi di strada.

Nessuno dice via dei Coronari. Si dice dietro Navona. Nessuno dice viale Trastevere. Si dice dopo il ponte. E questo funziona perfettamente tra romani, perché condividono la stessa mappa mentale fatta di fontane, chiese, bar e semafori.

Con un forestiero il sistema si inceppa, perché quella mappa lui non ce l’ha.

Come cavarsela

Un metodo funziona quasi sempre: invece di chiedere dove si trova un posto, chiedere quanto ci vuole a piedi.  Il tempo è l’unica unità di misura su cui i romani sono sorprendentemente precisi. Sui metri no, sui minuti sì. E se la risposta è dieci minuti, sono dieci minuti. Su questo, stranamente, non si sbagliano quasi mai.

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