Il Mitreo del Circo Massimo: dove i romani adoravano un dio venuto dall'Oriente | Roma.Com
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Il Mitreo del Circo Massimo: dove i romani adoravano un dio venuto dall’Oriente

A Roma ci sono decine di luoghi di culto che non hanno niente a che fare con gli dèi che si studiano a scuola.

Il più impressionante di questi sta sotto il livello della strada, nella zona del Circo Massimo, e fu scoperto per caso durante dei lavori nel Novecento.

È un mitreo: un santuario dedicato a Mitra, una divinità che a Roma arrivò dall’Oriente e che per tre secoli ebbe un seguito enorme.

Chi era Mitra

L’origine del culto è dibattuta. Il nome della divinità compare nel mondo iranico molto prima che a Roma, ma la religione praticata nell’impero romano era probabilmente qualcosa di nuovo, costruito su elementi orientali e riorganizzato in forma romana.

Al centro del culto c’è una scena precisa, che si ritrova identica in tutti i mitrei: un giovane con il berretto frigio uccide un toro, mentre attorno compaiono un cane, un serpente, uno scorpione e due figure con la torcia.

Il significato di quella scena è discusso da oltre un secolo. Le interpretazioni proposte sono molte: cosmologiche, astronomiche, iniziatiche  e nessuna è unanimemente accettata.

Il motivo è semplice: il mitraismo non ha lasciato testi. Ha lasciato solo immagini e luoghi.

Un culto per soli iniziati

Quello che si sa con ragionevole certezza è come funzionava.

Il mitraismo era una religione a iniziazione, riservata agli uomini, organizzata in gradi successivi. Si entrava, si progrediva, e ogni grado corrispondeva a un livello di conoscenza.

I gruppi erano piccoli, perché i mitrei erano piccoli: raramente potevano contenere più di qualche decina di persone. Non erano templi pubblici, erano sale di riunione.

Ebbe grande diffusione in due ambienti in particolare: l’esercito e il commercio. Cioè tra le persone che si spostavano. Ed è probabilmente questo il motivo della sua diffusione capillare in tutto l’impero, dalla Britannia al Danubio.

Perché sempre sottoterra

I mitrei sono quasi sempre in ambienti bassi, coperti a volta, senza luce naturale. Non è un caso: dovevano riprodurre una grotta, perché secondo il racconto mitico è in una grotta che avviene l’uccisione del toro.

A Roma questo si è tradotto in una pratica costante: si utilizzavano ambienti già esistenti, ricavati sotto edifici pubblici o privati, adattandoli allo scopo.

È il motivo per cui oggi i mitrei romani si trovano quasi sempre nei sotterranei: non sono sprofondati, erano già lì.

Cosa si vede in quello del Circo Massimo

È uno dei più ampi conservati in città e occupa più ambienti di un edificio di età imperiale, riadattati per il culto.

Si riconoscono la sala principale con i banconi laterali su cui gli iniziati prendevano posto durante i banchetti rituali, le nicchie, e soprattutto il rilievo con la scena centrale del culto.

L’effetto è particolare: si scende, la temperatura cambia, il rumore della città sparisce del tutto. Ed è esattamente quello che doveva succedere anche diciotto secoli fa.

Anche la struttura dell’ambiente merita attenzione. Le sale non furono costruite per il culto: erano parte di un edificio con altra funzione, riadattato in un secondo momento.

Si notano quindi murature di fasi diverse, aperture chiuse e passaggi ricavati. È archeologia leggibile a occhio nudo, senza bisogno di didascalie.

Come si visita

L’accesso è regolato: si tratta di un ambiente ipogeo con capienza limitata, quindi la visita avviene generalmente in gruppi contenuti e con prenotazione.

Le aperture sono periodiche e non continuative, e vengono comunicate attraverso i canali istituzionali della Sovrintendenza. Chi vuole andarci deve verificare il calendario e prenotare in anticipo: non è un luogo in cui ci si presenta.

Vale l’attesa. È uno dei pochi ambienti antichi di Roma in cui non c’è quasi nulla di ricostruito.

Perché merita

Perché racconta una Roma che di solito non si racconta: non quella degli dèi ufficiali e dei templi sul foro, ma quella dei culti portati da chi arrivava da fuori.

Una città in cui, contemporaneamente, si sacrificava a Giove sul Campidoglio e si celebrava un dio persiano in una stanza senza finestre, a poche centinaia di metri di distanza.

 

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