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Nel paganesimo la dea Luna era festeggiata l’ultimo giorno di marzo, era tra le divinità vitali per l’agricoltura e aveva un tempio sull’Aventino. Ecco cosa è rimasto oggi di quel culto.
La luna, nel mondo pagano, era spesso il corrispettivo femminile del sole, rappresentante del dominio di Roma in epoca imperiale, città portatrice di pace, o identificata con le divinità Diana e Giunone. Varrone la include tra le dodici divinità visibili e vitali per l’agricoltura, mentre Virgilio la ritiene la più chiara sorgente di luce del Mondo. Un culto che avrebbe avuto inizio durante il periodo dei sette re, di origine sabina, con la costruzione del tempio della luna sull’Aventino per volere di Servio Tullio, poi stato distrutto nel grande incendio di Roma del 64 e non più riedificato.
La festa della dea si svolgeva il 31 marzo, con una lunga processione notturna e il sacrificio dei buoi, animali che erano sacri per lei. I fedeli sfilavano illuminati da delle grandi fiaccole e, una volta arrivati nel bosco, delle sacerdotesse si dondolavano su delle alcune altalene per poter poi entrare in uno stato di estasi, entrando così in contatto con la dea, tanto importante per i romani, soprattutto coloro che erano dediti alle attività dei campi.
La luna era rappresentata dal punto di vista iconografico come una donna con in testa una falce che aveva due corni rivolti verso l’alto, i quali rappresentavano le due fasi. Quando era crescente i romani si dedicavano alle attività pesanti, al contrario potevano occuparsi della semina nei campi. La luna ha poi rivestito un ruolo centrale nel mondo della poesia, come fonte d’ispirazione, dato che la notte aiuta a far scorrere i pensieri.
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