L'Isola Tiberina: perché è stata costruita a forma di nave | Roma.Com
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L’Isola Tiberina: perché è stata costruita a forma di nave

È l’unica isola del Tevere nel tratto urbano, è lunga poco meno di trecento metri e ci si arriva da due ponti antichi.

 

Ci passano migliaia di persone ogni giorno. E quasi nessuno si accorge che, sulla punta rivolta verso valle, c’è un blocco di travertino con una scultura sopra.

Quel blocco è quello che resta della cosa più ambiziosa che sia mai stata fatta su quest’isola: trasformarla in una nave.

 

L’origine: una nave, un serpente

Secondo il racconto tramandato dalle fonti antiche, in un momento di grave pestilenza i romani decisero di rivolgersi al dio della medicina venerato in Grecia, e inviarono una delegazione al suo santuario per portarne il culto a Roma.

Il racconto prosegue con un serpente, animale sacro a quella divinità, che si sarebbe imbarcato con la delegazione e che, arrivato a Roma, sarebbe sceso dalla nave nuotando fino all’isola.

Il segno fu interpretato come una scelta del dio, e sull’isola venne costruito il suo tempio.

Che il serpente sia realmente esistito è ovviamente un’altra questione. Ma il tempio fu costruito, e da quel momento l’isola divenne il luogo della cura.

La nave di pietra

L’idea di dare all’isola la forma di una nave arriva più tardi, in età repubblicana avanzata.

Le sponde furono rivestite di travertino e sagomate in modo da riprodurre uno scafo, con una prua verso valle e una poppa verso monte. Al centro, secondo le ricostruzioni, sarebbe stato eretto un obelisco a fare da albero.

Il senso è chiaro ed è insieme religioso e propagandistico: rendere permanente e visibile il racconto della nave che aveva portato a Roma il dio della medicina.

È una delle operazioni scenografiche più spettacolari mai realizzate su un elemento naturale, e anticipa di secoli certe soluzioni barocche.

Cosa resta oggi

Il rivestimento è quasi tutto perduto, distrutto dalle piene del Tevere e dai lavori successivi.

Ma sulla punta a valle si conserva un frammento del paramento in travertino, con scolpito il simbolo che identifica quel culto: un serpente attorcigliato a un bastone.

È visibile dall’esterno, camminando lungo la banchina o guardando dal ponte a valle. Non è segnalato in modo evidente, e la maggior parte dei passanti lo scambia per una pietra qualsiasi.

Chi lo cerca sapendo cosa cercare, però, lo trova senza difficoltà.

I due ponti

L’isola è collegata alle due rive da ponti di età romana, entrambi ancora in uso. Quello che porta verso il Ghetto è tra i più antichi di Roma ed è ancora percorribile: attraversarlo significa camminare su una struttura costruita in età repubblicana.  È una cosa che a Roma si dà per scontata e che altrove sarebbe un’attrazione a sé stante.

Il secondo ponte, quello verso Trastevere, ha una storia diversa: fu in gran parte ricostruito nell’Ottocento durante i lavori di sistemazione delle sponde, riutilizzando parte del materiale originale.

Confrontare i due attraversamenti, uno per andata e uno per ritorno, è il modo più rapido per capire cosa significhi conservazione a Roma.

Il filo che non si è mai spezzato

La cosa più notevole di questa storia non è la forma dell’isola: è la continuità della sua funzione. Duemilatrecento anni fa qui c’era il santuario del dio della medicina, dove i malati venivano portati per guarire. Oggi sull’isola c’è un ospedale, in attività da secoli, e accanto c’è una basilica costruita sull’area del tempio antico.

Non è una coincidenza costruita a posteriori: la destinazione sanitaria dell’isola è documentata in modo continuo attraverso il medioevo e l’età moderna. È probabilmente il caso di continuità funzionale più lungo che Roma possa mostrare.

Quando andarci

La sera, e in questo periodo dell’anno.

In estate l’isola ospita manifestazioni che la riempiono; a settembre torna a essere quello che è normalmente: un luogo di passaggio tranquillo, con le banchine sotto il livello della strada e il rumore del fiume.

Bastano venti minuti. Ma bisogna ricordarsi di scendere sulla banchina e di guardare la punta: da sopra, la nave non si vede.

 

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