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Fors Fortuna era la divinità del caso e del destino e nell’Antica Roma veniva celebrata con un rito e un culto che è proseguito sino al Rinascimento.
A Roma la fortuna era un’antica dea della penisola italica, la cui introduzione è attribuita a Servio Tullio, il re noto per i suoi progetti di costruzione a Roma e per le sue riforme, che avrebbe costruito il tempio di Bona Fortuna nel Foro Boario. La Fortuna era una dea dal carattere doppio, uno intraprendente, cioè che aiutava a far andare bene le imprese e uno erotico, per il quale è rimasto il detto “essere baciati dalla fortuna”. La Fortuna aveva a che fare con tutti gli aspetti della vita quotidiana, civile, morale e religiosa del popolo romano: sono quasi trenta i nomi di Fortuna, come riporta sempre Plutarco nelle Quaestiones Romanae.
Nel De consolatione philosophiae, scritto attorno al 524 d.C. mentre attendeva la sua esecuzione, il filosofo Severino Boezio riflette sulla visione teologica del fato, per cui persino i più inspiegabili e accidentali eventi fanno parte del nascosto piano di Dio, a cui nessuno può resistere opporsi e l’immagine iconografica della ruota della fortuna, che accompagna l’immaginario medioevale, è una diretta eredità di quest’opera. Si passa quindi da una divinità a un potere che compete a Cristo.
Dalla fine del Quattrocento in avanti l’iconografia della Fortuna si presenta con una quantità di varianti, con cui i pittori volevano sottolineare i più diversi comportamenti della dea, dalla sfera che è rappresentazione di precarietà da contrapporre a Mercurio che ha una forma cubica e che è sintomo di razionalità, alla Venere marina, da una fanciulla con il ciuffo che rimanda al kairos greco, cioè al momento opportuno da sfruttare.
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