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Perché piazza dei Cinquecento si chiama così?

Il nome del piazzale davanti a Termini non ha niente a che fare con il Rinascimento. Racconta una sconfitta militare che l’Italia preferì trasformare in monumento.

 

Ci passano ogni giorno centinaia di migliaia di persone. Autobus, valigie, taxi, gente che corre verso un binario. Ed è probabile che quasi nessuno, in tutto questo movimento, si sia mai chiesto chi fossero i cinquecento del nome.
Non sono cinquecento metri. Non è un riferimento al Cinquecento come secolo. Sono cinquecento persone.
E la storia che c’è dietro è una delle più scomode della Roma umbertina.

Dogali, 26 gennaio 1887

Alla fine dell’Ottocento l’Italia stava costruendo la sua presenza coloniale sul Mar Rosso, nell’attuale Eritrea. Il 26 gennaio 1887, nei pressi della località di Dogali, una colonna italiana partita in soccorso di un presidio assediato venne circondata dalle truppe abissine guidate da ras Alula.

Lo scontro durò poche ore e finì con la distruzione quasi completa della colonna italiana. I caduti furono centinaia.

In Italia la notizia arrivò come uno shock. Non era prevista, non era stata preparata dall’opinione pubblica, e mise in crisi il governo Depretis.

La cifra di cinquecento, che poi è entrata nel nome della piazza, è la cifra tramandata dal racconto pubblico dell’epoca. Le ricostruzioni storiche successive hanno precisato numeri leggermente diversi, ma il nome era ormai fissato.

Da sconfitta a monumento

Qui succede la cosa interessante, e molto italiana: una disfatta militare venne trasformata in fretta in un episodio eroico.

Ai caduti fu dedicato un monumento, e per il monumento si scelse un oggetto che a Roma non mancava mai: un obelisco egizio.

Si trattava di un obelisco proveniente dall’Iseo Campense, il grande santuario dedicato a Iside che sorgeva nella zona dell’attuale Campo Marzio. Era rimasto interrato per secoli, fu recuperato e riadattato come base di un monumento commemorativo, inaugurato nel 1887.

È l’obelisco più piccolo tra quelli che si possono vedere a Roma, e paradossalmente uno dei meno guardati.

Va detto che l’operazione riuscì solo a metà. Il monumento venne eretto in fretta, ma l’opinione pubblica non dimenticò lo shock, e Dogali restò per anni una parola che in Parlamento si evitava di pronunciare.

È anche per questo che oggi il nome della piazza risulta così opaco: nessuno ha più interesse a spiegarlo, e la memoria si è consumata da sola.

Dov’è finito l’obelisco

All’inizio stava proprio nella piazza. Poi, con i lavori che negli anni Venti riorganizzarono l’area davanti alla stazione, fu spostato di qualche decina di metri, nei giardini che si trovano tra piazza dei Cinquecento e le Terme di Diocleziano, lungo viale Luigi Einaudi.

È ancora lì. Ci si passa accanto camminando verso la Repubblica e si scambia facilmente per uno dei tanti frammenti antichi sparsi per la città.

Sulla base si legge ancora la dedica ai caduti.

Una piazza che ha cambiato pelle molte volte

Il piazzale davanti a Termini è stato rifatto tante volte quante sono state le trasformazioni della stazione. La Termini che vediamo oggi, con la pensilina ondulata che i romani chiamano il dinosauro, è degli anni Cinquanta.

Sotto e intorno alla piazza, però, c’è molto altro: un tratto delle Mura Serviane, cioè la cinta muraria più antica di Roma, è ancora visibile all’interno della stazione e all’esterno, sul lato di via Giolitti e in piazza dei Cinquecento.

Detto in altri termini: in un raggio di duecento metri convivono le mura del VI-IV secolo a.C., un obelisco egizio riutilizzato, un monumento coloniale ottocentesco e un’architettura razionalista. È una stratificazione difficile da trovare altrove, anche a Roma.

C’è poi un particolare che sfugge quasi a tutti. Il piazzale non ha mai avuto una forma stabile: è stato giardino, capolinea, cantiere, parcheggio, area di scambio. Ogni generazione lo ha riorganizzato secondo l’idea di trasporto pubblico che aveva in quel momento.

Chi ha più di cinquant’anni ricorda una piazza completamente diversa da quella che vedono oggi i ragazzi che scendono dal treno. Ed entrambe si chiamavano allo stesso modo.

In questo senso Termini è uno dei pochi luoghi romani in cui la stratificazione non è solo archeologica ma anche recentissima: qui i secoli si accavallano insieme ai decenni.

Perché vale la pena saperlo

Perché i nomi delle strade e delle piazze sono l’unico archivio che una città tiene aperto ventiquattro ore al giorno. Basta leggerli.

E perché piazza dei Cinquecento è un caso raro: non celebra una vittoria, non ricorda un santo, non omaggia un re. Ricorda una sconfitta. Cosa che, nella toponomastica italiana, capita molto meno spesso di quanto si pensi.

 

Dove mangiare vicino a Piazza dei Cinquecento (i consigli di Roma.com)

Se dopo aver guardato Termini con occhi un po’ diversi viene anche fame, nei dintorni ci sono diverse trattorie dove fermarsi.

Trattoria Dell’Omo, Via Vicenza 18.
È probabilmente quella che sceglierei per dare al box un taglio più da trattoria romana: si trova a pochi minuti dalla stazione ed è specializzata in cucina romana.

Trattoria Cecio, Via Principe Amedeo 104.
Altra alternativa a poca distanza da Termini, con cucina italiana e romana e un’impostazione da trattoria tradizionale.

Ristorante Pizzeria Mino, Via Milazzo 18.
A due passi dalla stazione, propone i classici della cucina romana, tra cui carbonara, amatriciana, cacio e pepe e saltimbocca.

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