«Stai a rosicà?»: piccola grammatica romana dell'invidia | Roma.Com
Follow Us:

«Stai a rosicà?»: piccola grammatica romana dell’invidia

Rosicone, rosicata, rosicamento. A Roma esiste un vocabolario completo per dire che qualcuno non ha digerito una sconfitta, e nasce da un verbo che significa rosicchiare.

 

È una delle accuse più temute in circolazione, e non riguarda un comportamento: riguarda uno stato d’animo.

Dare del rosicone a qualcuno significa dirgli che non ha accettato una cosa. Non che abbia torto, non che abbia sbagliato: che non l’ha mandata giù.

Ed è terribile proprio per questo, perché non si può smentire. Chi si difende dall’accusa di rosicare, ai romani, conferma di rosicare.

 

Il verbo

Rosicare significa letteralmente rosicchiare, mordicchiare, consumare a piccoli morsi. È un verbo che nasce dal mondo concreto: il topo rosica, il tarlo rosica, il cane rosica un osso.

L’uso figurato romano prende quell’immagine e la gira verso l’interno. Chi rosica non morde qualcosa: viene morso da qualcosa, dentro.

È lo stesso meccanismo dell’italiano rodersi il fegato, con la differenza che il romanesco lo ha reso quotidiano, gli ha costruito attorno una famiglia di parole e lo ha trasformato in categoria sociale.

Il vocabolario completo

Attorno a rosicare il romanesco ha sviluppato un sistema.

C’è il rosicone, cioè la persona che rosica per carattere, non per l’occasione. È una definizione permanente, non un giudizio sul momento.

C’è la rosicata, cioè l’episodio singolo: una brutta rosicata è un momento specifico in cui si è dovuto assistere a qualcosa di insopportabile.

C’è il rosicamento, che è il processo. E ci sono le costruzioni: stai a rosicà, hai rosicato, quello rosica da tre giorni.

Poche altre lingue regionali italiane hanno un apparato così articolato per un solo sentimento. Il che dice qualcosa su quanto quel sentimento sia considerato importante.

Il campo di battaglia naturale: il calcio

L’ambiente in cui il verbo vive di più è ovviamente quello sportivo.

In una città con due squadre in perenne confronto, rosicare non è un’eventualità: è una condizione ciclica che riguarda, a turno, entrambe le tifoserie.

L’accusa di rosicare, in quel contesto, è un colpo che si dà e si riceve, e ha regole precise. Vale solo se rivolta a chi ha appena perso qualcosa. Rinfacciare una rosicata di dieci anni prima è considerato scorretto, e anzi è un modo per dimostrare che chi parla, in realtà, sta rosicando lui.

Il derby di Roma è l’apoteosi del rosicamento.

L’unica difesa possibile

Contro l’accusa di rosicare esiste una sola contromossa riconosciuta, ed è non reagire.

Chi alza la voce ha perso. Chi spiega perché non sta rosicando ha perso il doppio. L’unica risposta che funziona è una alzata di spalle, possibilmente accompagnata da un’espressione annoiata.

È una regola non scritta, ma tutti la conoscono. E funziona perché il rosicamento, per definizione, è un’emozione che si tradisce da sola.

Perché è una parola utile

Perché descrive con precisione qualcosa che l’italiano standard nomina male; invidia è troppo grosso e troppo morale. Gelosia è un’altra cosa. Risentimento è troppo lungo e troppo serio.

Rosicare sta esattamente nel mezzo: indica un fastidio piccolo, riconoscibile, un po’ ridicolo e assolutamente universale. Ed è forse per questo che, tra tutte le parole del romanesco, è una di quelle che si sono diffuse più facilmente nel resto d’Italia.

Condividi:

Potrebbero ineressarti anche...

SEGUICI SUI NOSTRI SOCIAL