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A Roma pure i rifiuti so’ belli! L’antica discarica dei romani è ‘n pezzo de storia! E se non ci credete, non buttate via altro tempo, ma leggete qui sotto!
Se vi dicessimo che pure la monnezza dei romani è diventata ’n capolavoro, ci credereste mai?
Eppure, ancora una volta, Roma ci sorprende e stavolta in maniera del tutto particolare, con un monte di rifiuti! Rimasto per secoli ignorato, perché ritenuto dagli studiosi un luogo poco meritevole di attenzione, per via del suo antico uso, è invece oggi uno dei luoghi più affascinanti di Roma, monte Testaccio, per via proprio di quella sua storia suggestiva. Già, perché nell’odierno Quartiere Testaccio, a du’ passi dalla celebre Piramide di Caio Cestio e il Lungotevere, dove sorgeva la più grande ed importante pattumiera dell’antica Roma, dire che pure i cocci sono un pezzo di storia non resta un modo di dire, ma diventa realtà! Quindi, “se nun volete esse’ de coccio” pure voi, vi converrà leggere oltre!
Se avete avuto la fortuna, almeno una volta, di assaporare l’epica carbonara di Flavio al Velavevodetto, nel quartiere Testaccio, ricorderete in particolar modo, oltre il bel freschetto delle grotte, le vetrate a protezione delle antiche pareti che vi sarete trovati davanti entrando. Ora, ammirando quei curiosi muri, vi sarete certamente accorti della loro composizione: semplici e piccole mattonelle, sistemate una sopra l’altra, vero? Ecco, vi stupirà sapere che, invece, proprio quei rivestimenti sono un pezzo di storia romana. “La scoperta dell’acqua calda” – direte voi – “cosa non è storia a Roma?”.
Calmi perché, se pensate sia finita qui, siete sulla strada sbagliata: quelle, che avete confuso per inutili mattonelle, sono, in realtà, antichi cocci dal valore inestimabile. Il locale si trova, infatti, nel luogo in cui sorgeva, anticamente, la più grande discarica dei romani, ovvero nell’odierno quartiere Testaccio.
Conosciuto oggi soprattutto per il suo storico mercato rionale, il celebre rione popolare deve il suo nome ad un monte dall’origine davvero peculiare, il monte Testaccio.
Negli anni fiorenti di Roma, intorno all’inizio del periodo auguste, quando il Mediterraneo subiva il fascino, la potenza e la grandezza di Roma (come accade oggi!), in assenza degli attuali mezzi di trasporto, gli scambi commerciali della città avvenivano grazie alla presenza del Tevere: la merce, recuperata al Porto di Ostia, risaliva il fiume fino ad approdare al porto di Ripa grande, esattamente vicino Testaccio e il colle Aventino.
I prodotti importati arrivavano a Roma all’interno di vasi di terracotta dell’epoca, le anfore. I contenitori, anticamente addetti al trasporto dell’olio e svuotati all’arrivo, venivano poi fatti a pezzi ed accatastati. A causa della rapida alterazione dei residui di olio e della mancanza di uno strato interno smaltato, le anfore non erano riutilizzabili dai romani che, quindi, preferivano ridurle in cocci. Infine, sull’ordinato ammasso, per evitare i cattivi odori della decomposizione di qualche residuo organico, i curatores, gli antichi incaricati pubblici della città, facevano versare della calce.
Nel corso dei secoli circa 25 milioni di cocci (dal latino “testae”, perciò monte Testaccio) sistemati e sedimentati ad arte, hanno dato vita a questo splendido monte artificiale: un inestimabile archivio a cielo aperto per gli storici che, grazie alle incisioni presenti sui pezzi – a mo’ di moderne etichette -, hanno l’opportunità di ricostruire la storia commerciale di Roma. Così, monte Testaccio, per gli antichi discarica di cocci, riveste per noi, oggi, non solo il ruolo di importante sito archeologico, ma quello di patrimonio di numerose informazioni. Infine, proprio ai cocci, il quartiere deve il suo simbolo, cioè l’anfora.
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