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Dal 5 all’8 dicembre nell’antica Roma si festeggiavano i Faunalia, la festività in onore di Fauno, un essere mitologico metà capra, metà uomo…andiamo a scoprire che essere era e che perché si festeggiava!
Di feste nell’antica Roma ce n’erano tante, tanto che se avessero dovuto dare retta al calendario, praticamente ogni du’ giorni, festeggiavano! Voja de lavorà… ma quella di cui vi parliamo oggi è uno di quegli eventi che a Roma muovevano i contadini, i pastori, insomma quasi tutto il popolo! Questa era la festa dei Faunalia. Fauno era un’antica divinità italica di origine pastorale, come rivelano anche le sue sembianze – metà caprine e metà umane – e veniva festeggiato in due momenti distinti nell’antica Roma, come anche la Bona Dea: a inizio dicembre e a metà febbraio. Nel mese invernale si festeggiava la fine del lavoro dei campi e si ringraziava per quello che si era avuto, mentre a febbraio si cercava di ingraziare questo dio, protettore del bestiame e della fecondità, proprio per ottenere un buon raccolto nella primavera che era lì lì per arrivare. Quest’ultima occasione era molte volte unita a quella dei Lupercalia, dove in origine le sacerdotesse Lupe si accoppiavano con i pastori. In epoca romana più recente però il rito cambiò e i sacerdoti, una volta sacrificato l’animale durante il rito, ne ricavavano delle strisce di cuoio che una volta unite, servivano a sferzare la schiena delle donne che incontravano e che erano desiderose di purificarsi e di farsi proteggere da un misterioso Dio che le avrebbe violentate durante il parto. Successivamente in epoca cristiana questa festività venne sostituita con quella di San Valentino, che appunto predicava l’amore, dando vita alla nostra tradizionale festa degli innamorati.
Nel rito invernale, quello di dicembre per intendersi, i pastori e i contadini si riunivano all’aperto, nelle foreste o nei campi e davano vita a numerosi falò, con profumi propiziatori, danze, boccali di vino; tutti insieme poi davano vita al sacrificio di una pecora o di un capretto. Anticamente, una volta ucciso l’animale, esso veniva scuoiato e i sacerdoti si addormentavano durante la notte avvolti all’interno del suo mantello, sperando di ricevere risposte dalla divinità sul futuro. E il resto della carne, la buttavano? Ma che semo matti? Ovviamente se la pappavano! E come lo vorresti cucinà un bell’abbacchietto pronto pronto pe’ esse’ magnato, quanno c’hai un falò davanti e pochi altri odori da mettece sopra? Alla scottadito, ovviamente! Probabilmente questa antica ricetta povera della cucina romana potrebbe esser nata in questa occasione, mentre i pastori e i contadini festeggiavano nei boschi cantando, bevendo e mangiando in onore del dio Fauno!
Ma ecco se ancora non avete colto per bene la figura e l’immagine di questa divinità, si vede che alla memoria nun v’è tornato alla mente uno dei grandi successi dei film degli anni 2000 di Walt Disney (che proprio ieri avrebbe compiuto il compleanno), Hercules. Non lo ricordate Filottete? Il fauno piccoletto e grassottello, mezzo capra e mezzo uomo, spalla e amico del protagonista che aiuta l’eroe in tutte le sue imprese e fatiche? Eccolo lì, lui è un fauno! Insieme a lui e a quel grandissimo film d’animazione non si può non citare la voce italiana che ha dato vita a questo personaggio di animazione, il romano de Roma Giancarlo Magalli, presentatore tv, prestato al cinema e al doppiaggio. Mai e poi mai, i produttori italiani di Hercules avrebbero potuto scegliere una voce migliore per interpretare Filottete, Magalli calza a pennello, e senza alcuna offesa, diciamo pure che ce pija anche parecchio co’ la somiglianza!
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