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Stefano Tilli, il velocista romano erede di Mennea


Intervista speciale di Faber Cucchetti ad uno dei personaggi più importanti dello sport italiano e dell’atletica, Stefano Tilli, il velocista erede di Pietro Mennea che ha frantumato record e vinto numerose competizioni nazionali e internazionali

Partiamo dal principio: come, dove e con chi cominciò la tua carriera sportiva e quando hai capito di essere tagliato per la velocità?

Come capitava a tutti, quando ci incontravamo da bambini per strada la prima domanda era come ti chiami? La seconda di che squadra sei? Giocando a pallone ero la disperazione di tutti questi poveri terzini che avevano a che fare con un’ala destra estremamente veloce e ricordo un episodio divertente: un terzino mentre rientrava davanti alla sua panchina, tutto affannato si rivolse all’allenatore dicendo: “A mister, ‘sto numero 7 corre come ‘n fio de ‘na mignotta!” Lì effettivamente mi sono reso conto di avere una velocità non comune. Poi alla seconda volta che siamo finiti tutti quanti al commissariato per rissa in campo e fuori, perché nelle borgate di Roma a livello allievi, ovvero 15-16 anni, così andava finire, mi sono detto: “fammi provare a vedere se effettivamente posso essere forte anche in atletica”. Un compagno di classe frequentava la Farnesina, andai con lui, all’inizio così, saltuariamente, con un allenatore che si chiamava Fabrizio Lepore, poi ho iniziato ad allenarmi sempre più convintamente ed in breve è arrivato il salto di qualità: vinsi subito i Campionati Italiani Juniores sui 60 metri a Milano nel 1981 e da lì è cominciato tutto.

Giovane romano in un periodo magico. Com’era la tua giornata tipo di fine anni ‘70 e inizio ‘80 nella Capitale?

Per un atleta di vertice la giornata tipo di allora comprendeva un paio d’ore la mattina in palestra a sollevare pesi e tre ore il pomeriggio in pista fra riscaldamento, esercizi di corsa e ripetute, quindi la sera garantisco che eravamo cotti. Qualche trasgressione, se così vogliamo chiamarla e qualche spazio conviviale da giovane me lo garantivo magari nei fine settimana dove la domenica potevo riposare, così frequentavamo alcune delle discoteche più in voga a Roma. Ricordo con particolare affetto le serate al Much More, ‘80 e ‘81 ma anche oltre, in cui si ritrovava la Roma, non voglio dire bene, perché non che è nelle periferie non ci fosse la Roma bene. Ci si ritrovavano ragazzi a posto che avevano voglia di ballare, conoscersi e divertirsi senza pensare a distrazioni più trasgressive. Era un ambiente pulito, dove ho conosciuto anche tale Faber Cucchetti, che era il dj, e con il quale sono diventato amico anche fuori dalle piste d’atletica e dalle piste da ballo. Lo ricordo con molto favore. Insieme al mio amico gemello Pierfrancesco Pavoni siamo andati da lui un sacco di volte e ci siamo sempre divertiti. Alle 2:30 però tutti a nanna!

Chi è il romano più veloce nella storia dell’atletica leggera?

Nella storia dell’atletica leggera devo litigare con Pavoni! Ma no, credo che insieme possiamo dire di essere noi due. Io ho fatto un record del mondo, vinto due volte gli Europei, lui è stato vice campione d’Europa nell’82 ad Atene, doppio finalista ai Mondiali di Roma ed ha qualche centesimo meglio di me sui 200, quindi la palma rimane in aria, non si può dire. Comunque abbiamo ottenuto un eccellente risultato insieme: quell’argento di Helsinki nel 1983 quando in staffetta con Carlo Simionato e Pietro Mennea in ultima frazione, fummo battuti soltanto dagli Stati Uniti di Calvin Smith e Carl Louis che dovettero fare il record del mondo della 4×100 per arrivarci davanti. Sì, insieme a Pierfrancesco ho avuto questa grande soddisfazione che è forse la più la più bella che poi ci è rimasta.

Sei stato l’erede di Pietro Mennea, raggiungendo nel 1985 il record mondiale sui vostri 200 metri indoor. 20”52, un exploit mai abbastanza celebrato. Raccontaci come ci arrivasti.

In questo senso sì, erede di Pietro sì, perché Mennea fece due primati del mondo: intanto quello all’aperto, il 19”72 durato 18 anni, ma fece anche un record del mondo indoor sulla pista da 200 metri e io il 21 febbraio del 1985 ho avuto l’onore di farlo a mia volta, a Torino. Non lo tolsi proprio a lui perché in quel momento l’aveva il tedesco Ralf Lubke che aveva battuto proprio quello di Pietro, nello stesso anno, comunque gli sono succeduto nella classifica dei migliori di sempre su questa distanza ed ovviamente è motivo di grandissimo orgoglio e di grande soddisfazione. Era il secondo record che toglievo a Pietro perché nell’occasione della mia vittoria a Budapest 1983, la mia primissima, campionati europei, sui 60 m feci il record italiano togliendolo a Pietro Mennea. Era la seconda volta e mi dette tantissima pressione: a Torino 1985 faccio questo record e dopo 20 giorni ad Atene c’erano i campionati europei indoor. Mi dico: “Adesso come faccio?! Ho fatto un record del mondo, se non vado a vincere gli Europei che figura di merda faccio?!” Ho passato 20 giorni d’inferno, preparandomi giorno e notte, saltando diverse ore di sonno, ma alla fine vinsi questa medaglia d’oro battendo Linford Christie, Daniel Sangoumaed il gota dello sprint continentale, andando anche molto forte, vicino al mio record. Però… Mamma mia, che pressione!

Per noi comuni mortali, sei definitivamente entrato nella leggenda per aver fatto breccia nel cuore della giamaicana più famosa dell’epoca, la velocissima Merlene Ottey. Così belli ed ammirati, come avete vissuto Roma da fidanzati e da atleti di vertice?

Nel 1989 feci quasi tutto il circuito europeo del Grand Prix, a tappe. Praticamente è un carrozzone che gira, di gara in gara, passi giorni e giorni insieme alle stesse persone. Ero l’unico italiano ed ho conosciuto questa bellissima sprinter giamaicana, fortissima, sempre medagliata già dalle Olimpiadi di Mosca 1980, e tra l’altro anche molto bella. Parlando è nata questa simpatia che poi è diventata qualcosa in più: addirittura è venuta ad allenarsi e a vivere con me qui a Roma, interessata anche alle nostre tecniche di allenamento. Chi ha un talento sovrumano come i neri caraibici, lascia molto spazio all’espressione libera delle proprie doti naturali. Chi come noi ne è sicuramente meno dotato deve lavorare su particolari. Da questo connubio è nato un successo incredibile perché Merlene ha migliorato tutti i suoi parametri e tutti i suoi tempi. Le mancava ancora qualche oro importante, ma con me ha cercato e vinto due volte i campionati mondiali. È stata un’unione professionalmente è molto valida, ha siglato anche due record del mondo indoor, sui 60 e sui 200. Quello sui 200, fatto a Lievin, è ancora il suo record mondiale, unica donna che sia scesa sotto i 22 secondi al coperto, quindi dal punto di vista professionale andava tutto liscio. Anche noi eravamo presi da una storia di grande affetto, se non vogliamo usare paroloni tipo amore, ma non tutto filava liscio. Nel ‘91, se ricordate il pestaggio di Rodney King, l’afro americano che fu picchiato in maniera scriteriata da quattro agenti bianchi della polizia, esplose un po’ ovunque il rigurgito di crisi razziale, bianchi contro neri. Adesso sembra così lontano nel tempo ma noi l’abbiamo vissuto duramente. Ricordo che a Miami in un centro commerciale fummo attaccati da una gang di neri che protestava contro di me — protestava è un eufemismo — perché stavo con una nera, e contro di lei perché una nera e stava con un bianco. Avevo risposto a un tipo che mi si avvicinava e la cassiera del supermercato, terrorizzata mi avverte preoccupatissima: “No no no… fermo, fermo! Quello ti spara, qui non siamo in Italia, qui sparano in dieci secondi!” Al che ho reagito dicendo: “My friend, hai ragione tu, hai vinto!”. La stessa cosa ci è successa in Sudafrica dove praticamente stavamo antipatici a bianchi e neri e ci sono stati momenti di tensione. Abbiamo avuto questa nostra storia dal 1989 fino al 1995, decidendo di interromperla appena dopo le indoor del ‘95.

Com’era allenare una caraibica in Italia?

A parte la svestizione prima di allenarsi, perché ovviamente non è agevole passare dai 40 gradi dei Caraibi ad alcuni momenti del nostro inverno quando trovi zero gradi in pista… Era divertentissimo, si vestiva a cipolla, un campionario di vestiti, perché se ne infilava  veramente dieci fra giacche e pantaloni. Quello era divertente, e poi allenarla era un piacere perché era veramente una gazzella; Merlene ha la classe e l’eleganza di una gazzella e la forza di un felino. Per me resta la più forte sprinter mai vista, penso proprio che lo sia.

Poi hai allenato anche altri campioni di differenti discipline. Con chi hai legato di più e chi ti ha dato maggiori soddisfazioni?

In effetti ne ho allenati tanti e diversi: dall’equipaggio di bob a due del Principato di Monaco a pugili come Ciarlante e Natalizi, e schermitori ma anche altri atleti della pista come gli azzurri Jacobs e Saber, la campionessa nigeriana Mercy Nku, il quattrocentista nigeriano Obongh arrivato secondo con la 4×400 ai Giochi di Atene, la giamaicana Juliet Cuthbert (due medaglie d’argento alle Olimpiadi di Barcellona). C’è da dire che il gesto esatto della corsa resta la base di qualsiasi altro sport. La velocità, il potenziamento con i pesi per la forza veloce, il gesto che non è quello di rincorrere l’autobus, perché quella è corsa svelta, mentre la velocità è spazio-fratto-tempo. Ho aiutato e seguo ancora adesso tantissimi campioni di differenti discipline. È impossibile correre veloce se corri male, perché il gesto istintivo ed affannoso proprio non c’entra niente con la corsa veloce.

Sei ancora in formissima e la tua carriera da sprinter è stata particolarmente lunga. Cosa fa la differenza perché un atleta smetta ma non si allontani mai dalla pista? Oggi come ti alleni?

Sono abituato per una lunga carriera di sprinter a vedermi in una condizione fisica con molti bozzi e forme atletiche. Confesso che ci starei male, da intervento di psicologo, se non dovessi vedere la mia immagine riflessa nello specchio in questo modo, per cui continuo a fare sacrifici, allenandomi molto intensamente, sollevando carichi pesantissimi. Mi faccio male in continuazione però voglio essere così. Bisogna coltivare le passioni fino in fondo ed impegnarsi. Non c’è niente di meglio che sottostare ad alcune regole che ti dai da solo, ovvero l’autodisciplina! Alla disciplina imposta spesso mi ribello, ma alla mia voglio sottostare ed anche di buon grado. Penso che sarà sempre così, ormai è una forma mentis.

Qual è l’impianto sportivo nel quale ti sei sentito più “a casa”?

Senza dubbio l’Acquacetosa è stata casa mia. Il Giulio Onesti. Roma, via Dei Campi Sportivi, dove da una parte c’è la palestra e sull’altro lato c’è quel capannone verde e la pista dell’impianto che da qualche anno è stato intitolato a Paolo Rosi. Prima era conosciuto come Stadio Delle Aquile, perché ci sono le aquile che campeggiano sopra l’ingresso. Proprio casa mia, fra palestra e pista. Lì mi sono allenato con Mennea, con Pavoni, con la Ottey, con tutti!

Dal 2007 entri nella case degli amanti dell’atletica commentando da tecnico i meeting internazionali. Com’è lavorare in Rai? Un campione esperto accanto alle cronache dei giornalisti

In quell’anno con i Mondiali di Osaka ho cominciato questa collaborazione con la Rai. Il telecronista è tuttora e lo era già prima di allora Franco Bragagna, eccellente telecronista, molto preparato, molto competente e molto discorsivo. Io rispetto le righe della mia corsia: quando mi interpellano per un commento tecnico sono sempre puntuale, però cerco di non sovrappormi, non sono logorroico di carattere, non soffro di manie di protagonismo, quindi abbiamo un ottimo rapporto. Potrei anche dire e fare di più, ma rispetto i ruoli: sono seconda voce da contratto ed è giusto così, perché un telecronista può fare la telecronaca descrittiva, spiegare quello che sta accadendo, fare pronostici e anche commenti, mentre il commento tecnico lo deve fare un tecnico. Avendolo praticato mille volte, posso essere molto accurato nella spiegazione e dare molti consigli. Questo è molto apprezzato, ricevo critiche molto positive anche se qualcuno mi vorrebbe più presente. Potrei parlare di più, certo, ma rimango nella mia corsia.

 

Sei stato coinvolto dalla Fidal per il progetto “L’esperienza e l’insegnamento di Pietro Mennea”, raccontacelo un po’

Nel 2013 o forse l’anno dopo, insieme a Marisa Masullo abbiamo portato nelle scuole il messaggio di Pietro, la sua esperienza e i suoi valori, ma l’iniziativa si è esaurita abbastanza presto. Il suo grande impegno, il sacrificio, la sua preparazione, la sua abnegazione, questo allenamento continuo, assiduo, solitario nell’eremo di Formia, le motivazioni, dimostrando che da tutto questo impegno scaturiscono i risultati. Nulla arriva per caso, bisogna crederci e impegnarsi. Sono valori che veramente andrebbero riproposti nelle scuole. Vedo invece i ragazzi un pochettino disattenti a questi argomenti: ore ed ore di PlayStation, e con quella non si costruisce nessun futuro, ma soprattutto così non si inseguono sogni. Poi ho avuto delle divergenze con questa Federazione. Adesso ci saranno nuove elezioni, a fine gennaio. Spero proprio che venga eletto Stefano Mei, mio compagno di mille avventure, campione d’Europa a Stoccarda 1986 sui 10.000 del triplete azzurro Mei-Cova-Antibo, e poi dirigente sportivo, presidente di Azzurri d’Italia. Siamo stati insieme in Fiamme Oro e Pro Patria. Non vorrei aprire altri discorsi ma non esiste che Yuri Chechi non sia presidente della ginnastica, perché Yuri Cechi è la Ginnastica e Antonio Rossi la canoa! Non esiste che Pietro Mennea non sia mai stato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera! Non sarebbe uno dei compito dei presidenti quello della formazione di tecnici e dirigenti, della loro crescita, del loro sviluppo, della loro maturazione. Non sarà il contrario, che si fanno terra bruciata intorno per garantirsi una integrazione alla pensione?

Tortu ha infranto il muro dei 10” dando nuova visibilità al movimento, ma non è il solo. L’ultima nidiata di Azzurri sembra interessante. Cosa è cambiato e come?

Filippo Tortu è stato bravissimo ad attirare molti sguardi sull’atletica insieme a Tamberi, grande trascinatore e grandissimo talento che spero possa tornare sulle sue misure, visto che saltó 2 metri e 39 cinque minuti prima di sfasciarsi una caviglia tentando i 2 e 41 nell’anno di Rio 2016, al meeting di Montecarlo. Una sfortuna colossale venti giorni prima di un’Olimpiade che poteva tranquillamente vincere, visto che quella sera batté tutti i migliori, fra i quali anche Drouin che poi andò a vincere l’oro, per cui dico che con le misure che ha già saltato può arrivare a medaglia. Tortu è fortissimo però, ragazzi, nei 100 per vincere ci vorrà meno di 9” e 90. In questo momento non l’ha ancora ottenuto ma ci speriamo tutti. Poi c’è Jacobs, del quale ho seguito per alcuni mesi la preparazione ed infatti ho migliorato il suo primato personale sui 100. Questi qua sono i nomi. Cos’è cambiato? Le nostre tecniche di allenamento già all’avanguardia si sono raffinate e poi i materiali e le piste sono molto più performanti, le scarpe non ne parliamo: guarda cosa sta succedendo nel fondo ad esempio, tra maratona e mezza maratona stanno facendo tutti tutti i record. È un po’ come quello che successe con i costumi gommati del nuoto. Adesso ci sono delle calzature veramente performanti per correre più veloci.

L’anno del Covid ha regalato comunque delle prestazioni straordinarie nell’atletica leggera mondiale. Come lo spieghi?

È piuttosto semplice: è stato l’anno del Covid ma era anche l’anno delle Olimpiadi. Chi fa una programmazione seria la fa a quadrienni olimpici e su questo 2020 aveva investito tanto, poi una volta saltato il discorso a cinque cerchi è rimasta comunque la grande preparazione ma con una grande leggerezza quando andavi in gara. Ne abbiamo beneficiato anche noi a livello nazionale: Yeman Crippa ha migliorato tutti i primati del mezzofondo, 10000, 5000 e 3000, Leonardo Fabbri è esploso nel lancio del peso e poi a livello mondiale Warholm sui 400 ostacoli ha dominato tutta la stagione correndo sempre forte, in tutte le gare, insidiando il record, mentre Duplantis nell’asta il record del mondo lo ha scavalcato due volte. Quindi sì, ci sono stati risultati eccezionali per questa spiegazione.

Olimpiadi slittate di un anno. Sarai al microfono Rai? Cosa dobbiamo aspettarci dall’atletica tricolore?

Credo di sì, avrei dovuto esserci già quest’anno, avevo l’accredito! Delle speranze italiane ho parlato prima. Ma per un podio oltre i salti in alto di Tamberi avremo speranze con quelli in lungo della Iapichino May che sta crescendo benissimo e, aggiungendo qualche centimetro al suo recente limite, potrebbe giocarsela fra le grandi oltre i 7 metri. Per il resto nel discorso medaglie la concorrenza è spietata e sarà sarà molto difficile. Forse qualcosina nella staffetta 4×100 perché Jacobs e Tortu sono molto molto forti, due sprinter da 10” netti, ed è cresciuto molto bene Fausto Desalu. Sono tre pedine fondamentali che fanno viaggiare il testimone velocissimo, però manca il quarto, che a questo livello non abbiamo ancora, altrimenti potremmo ambire a un discorso importante, ma vediamo…

Per salutarci, esprimi un desiderio sportivo.

Magari mi ricollego al discorso di prima: vorrei che lo sport tornasse in mano agli sportivi. Questo mi piacerebbe con questo slogan che ho coniato. Alcuni di questi dirigenti di federazione e adesso anche del CONI, hanno approfittato del fatto che noi fossimo nelle palestre e sulle piste a sputare sangue e sudore per fare grande lo sport e le nostre discipline, per fare i portaborse, per stipulare accordi sottobanco, per intrufolarsi nei posti e nelle scrivanie degli altri, usando lo sport come una scala per salire ai piani altrove. Invece non è assolutamente giusto! Chi se non chi lo ha fatto grande, può riportare lo sport italiano ad antichi fasti?! Così dà fastidio, con pochi grandi atleti ai vertici di federazione. Ecco, mi piacerebbe per quello che riguarda l’atletica leggera l’elezione a presidente di Stefano Mei, a cui faccio un grosso in bocca al lupo.

 

Faber Cucchetti