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Che una personalità politica del calibro di Gaio Giulio Cesare abbia avuto la necessità di tenere per sé più di un segreto, lo si può facilmente immaginare. Tuttavia, è interessante addentrarsi nella questione e scoprire in che modo Cesare adoperò a suo piacimento la crittografia, ossia l’occultamento di un messaggio in un testo. Quando affidò la gestione dei suoi affari a Lucio Cornelio Balbo, per evitare che le missive che gli spediva cadessero nelle mani dei nemici Cesare ideò un codice cifrato: il cifrario di Cesare.
È lo storico Svetonio, nella sua Vita dei Cesari, a svelare nei dettagli il meccanismo del cifrario di Cesare; tuttavia, è stato accertato che Cesare si servisse di molteplici tecniche crittografiche mirate a rendere impenetrabile la sua corrispondenza. Valerio Probo dedicò un intero trattato, purtroppo non pervenuto ai nostri giorni, alla disquisizione di queste tecniche usate dal politico e condottiero romano. Le nostre conoscenze, dunque, si basano su quanto riportato da Svetonio: sappiamo così che Cesare utilizzava un cifrario a sostituzione monoalfabetica, in cui ogni lettera del testo in chiaro è sostituita, nel testo cifrato, dalla lettera che si trova un certo numero di posizioni più avanti nell’alfabeto. Nella fattispecie, pare che Cesare scegliesse spesso una “chiave” di 3 per il cifrario, come testimonia il carteggio militare con le truppe comandate da Quinto Tullio Cicerone. Il genere di cifrari cui appartiene quello di Giulio cesare è anche detto a sostituzione o a scorrimento, a causa del modo di decrittarli: la sostituzione avviene lettera per lettera, scorrendo il testo dall’inizio alla fine. Per via del suo metodo piuttosto semplice, ma efficace – malgrado la trasmissione di missive fosse a rischio di intercettazioni e smarrimenti, la stragrande maggioranza delle persone, all’epoca, era analfabeta – questo modello di cifrario sarà utilizzato molto frequentemente lungo il corso della storia: già Augusto, nipote di Cesare, lo utilizzava. Da non confondere con Ottaviano Augusto, erede di Cesare e primo imperatore di Roma, il quale si preoccupò quanto il suo prozio di proteggere la segretezza dei suoi dispacci, ma utilizzò un cifrario più complesso, in cui occorreva possedere un testo-chiave da sovrapporre al messaggio per poterlo decifrare.
Sebbene il cifrario di Cesare sia tra i più antichi algoritmi crittografici di cui sia giunta una testimonianza storica, non è stato certamente il primo: la necessità di tenere la massima riservatezza su informazioni private, militari o politiche è nata con l’essere umano. Lo storico greco Erodoto racconta di una singolare applicazione della tecnica di steganografia, cioè di occultamento fisico del messaggio: nel periodo delle guerre persiane, il tiranno di Mileto tatuò il messaggio sul cranio rasato di un messo, per poi inviarlo al destinatario solo dopo che i capelli furono ricresciuti. Gli spartani, per comunicare a distanza durante le campagne di guerra, inventarono la scitale, tecnica macchinosa, sicuramente conosciuta da Giulio Cesare, che richiedeva l’impiego di due bastoni e di una lunga striscia di pergamena. L’Atbash, una delle scritture segrete dell’Antico Testamento, può forse competere per antichità con il cifrario di Cesare, e consisteva nel capovolgere l’alfabeto. Cesare, inoltre, era sicuramente a conoscenza dei metodi crittografici in uso tra le popolazioni dei territori da lui occupati: i Druidi, sacerdoti dei Celti, impiegavano l’alfabeto Ogam per proteggere i misteri sacri e i poteri semidivini dei quali erano depositari.
Nonostante l’avanzamento tecnologico attuale renda cifrari come quello di Cesare troppo poco sicuri per affidargli la trasmissione di documenti segreti, il cifrario di Cesara ha avuto, tra i suoi seguaci, anche personalità dell’età moderna e contemporanea. La regina di Scozia Mary Stuart se ne servì quando, imprigionata, veniva censurata ogni sua lettera diretta all’esterno. Ad oggi, una derivazione del cifrario di Cesare, nota come ROT13, è usata per rendere incomprensibile, almeno a un primo sguardo, parti di un messaggio.
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