“Tra Sacro e Profano” la pittura di Ulisse Scintu a Palazzo Ruspoli
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Nato in una famiglia patrizia, Gneo Marcio (questo il suo vero nome) si guadagnò l’agnomen Coriolano dopo una storica battaglia contro il popolo italico dei Volsci, nella quale si era distinto per coraggio e intraprendenza. Tuttavia, dopo alcuni anni di sfolgorante successo la sua carriera militare prese una piega inaspettata.
Siamo agli albori della storia dell’Urbe: il settimo e ultimo re di Roma, il dispotico Tarquinio il Superbo, era stato appena spodestato (nel 509 a.C.) e Roma era in lotta costante con le popolazioni che abitavano le zone limitrofe. È in questo contesto storico che cresce il giovane Gneo Marcio, rampollo di una gens illustre e molto ricca, sin da ragazzo impegnato ad allenarsi in “ogni tipo di combattimento in modo da essere leggero nella corsa, pesante nella presa e nella lotta, e difficile per l’avversario da sopraffare”, come tramanda Plutarco ne Le vite parallele.
Marcio si costruì la fama di combattente instancabile e astuto dapprima nell’offensiva militare scatenata dal re Tarquinio il Superbo nel tentativo di recuperare il trono; poi, impiegò tutta la sua tecnica militare nelle battaglie di espansione territoriale contro i popoli italici vicini, per stabilire il dominio assoluto di Roma sull’intera area centrale della Penisola. L’attitudine al comando e la spavalderia di Marcio si manifestarono pubblicamente nel 495 a.C., quando i plebei si ribellarono contro i patrizi, ritirandosi in massa sul colle Aventino con il proposito di fondare una nuova città indipendente da Roma. L’aristocrazia si dispose ad accettare le richieste dei ribelli pur di porre fine alla Secessione dell’Aventino, con la mediazione del console Menenio Agrippa: furono così istituiti i tribuni della plebe, magistrati incaricati di difendere gli interessi della classe plebea. Marcio fu tra i pochi patrizi a proporre di adottare la linea dura, rimanendo inascoltato e divenendo piuttosto impopolare tra la plebe.
Nel 493 a.C. la città di Corioli, la più importante del popolo dei Volsci, cadde in mano romana. È a questo toponimo che Gneo Marcio deve il nome di Coriolano, col quale passò alla storia. Il suo apporto, infatti, fu fondamentale al successo dell’azione militare e ne risollevò le sorti: Tito Livio scrive nel suo Ab urbe condita le truppe romane erano state ricacciate dagli assediati e attaccate su tutti i fronti da alleati dei Volsci. L’intervento azzardato di Marcio, che decise di andare al contrattacco, fu decisivo: grazie all’effetto sorpresa, i romani penetrarono oltre le mura di Corioli e appiccarono un incendio che sparpagliò la popolazione, garantendo ai romani la vittoria. In sempiterna memoria al valore dell’impresa, Marcio fu fregiato dell’epiteto di Coriolano e portato in trionfo a Roma.
Malgrado l’indubbio prestigio di cui godeva Coriolano, le sue aspre posizioni contro la plebe in occasione della carestia del 490 a.C. gli attirarono crescenti antipatie, anche tra i senatori. In particolare, il suo voto a sfavore della mozione che il Senato approvò per arginare la penuria di cibo – abbassare il prezzo del grano – ne affossò definitivamente l’immagine. Secondo Tito Livio, Coriolano sentenziò: “Se vogliono l’antico prezzo del grano restituiscano al Senato gli antichi diritti. Perché devo vedere dei plebei come se fossero dei magistrati?”. Un così aperto dispregio nei confronti dell’istituzione del tribunato gli fu fatale: condannato all’esilio perpetuo, Coriolano si rifugiò presso quelli che gli erano stati nemici, i volsci, e tramò vendetta. Insieme a Tullo Anfidio, Coriolano raggruppò un esercito e dichiarò guerra a Roma, strappando all’Urbe diversi territori del sud del Lazio. In rivolta contro la patria, Tito Livio ci informa che Coriolano «arrivando fino a cinque miglia da Roma, pronto a combattere anche contro la sua patria, respinti i legati inviati per chiedere la pace, vinto solamente dal pianto e dalle suppliche della madre Veturia e della moglie Volumnia, andate a lui da Roma, ritirò l’esercito».
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