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Letteralmente, la traduzione di questa espressione è “il denaro non ha odore”. Impiegata per indicare il fatto che i soldi sono pur sempre soldi, qualsiasi sia la loro provenienza e il modo attraverso cui li si è guadagnati, la frase tradisce il cinismo e la prosaicità per cui è giustamente passata alla storia la cultura degli antichi. Ma scopriamo qualcosa in più su questo motto tanto pratico quanto vero e vediamo cosa ha a che fare con un imperatore.
Appurato che, insomma, per il senso comune dei latini (e anche per il nostro, forse) “il denaro è sempre denaro” o “il denaro è solo denaro”, e che non possiede connotazioni negative né intrinseche né derivanti dal mezzo attraverso cui lo si accumula, cerchiamo di scoprire come mai si sia scelto proprio il verbo oleo, “mandare odore”. Innanzitutto, è interessante sapere che la locuzione costituiva una sorta di ironico paradosso, quando ascoltato dalle orecchie dei parlanti latini. Infatti, la parola pecunĭa(m) (“denaro”) in lingua latina è etimologicamente derivata da pěcus, il termine che indicava specificamente le pecore e più in generale il bestiame: non è strano, dopotutto, che in una società di contadini e allevatori basata inizialmente sul baratto la ricchezza in senso ampio fosse rappresentata dai capi di bestiame, e quindi i due termini coincidessero inizialmente, per poi subire solo in seguito una stratificazione del significato per cui, in italiano, pecunia è divenuto un sinonimo di denaro. L’immagine richiamata alla mente di un latino da “pecunia non olet” era quella, decisamente curiosa e ossimorica, delle pecore che non hanno odore, poiché questa era la traduzione più letterale dell’espressione.

La storia di questa locuzione tanto breve quanto ricca di curiosità nella sua genesi, però, non finisce qui. Al di là del buffo gioco di parole che creava in lingua latina, la tradizione attribuisce a uno specifico personaggio l’ideazione di questo motto. Secondo quanto riportato da Svetonio in Vite dei Cesari e da Cassio Dione in Storia romana, sarebbe stato nientemeno che l’imperatore Tito Flavio Vespasiano (9-79 d.C.) a pronunziarla per primo, come seccata risposta al figlio Tito. Quest’ultimo, infatti, stava rimproverando il genitore per aver imposto una tassa sull’urina raccolta nelle latrine gestite dai privati, ritenendola una volgarità indegna a cui abbassarsi per il rango imperiale. Sembrerà strano, ma in realtà la centesima venalium, questo il nome dell’imposta introdotta da Vespasiano, era tutt’altro che un’assurdità o una stravaganza poco sobria: la tassa era dovuta dai fullones, coloro che svolgevano il mestiere di lavare e smacchiare le vesti, i quali si servivano dell’ammoniaca estratta dai residui delle minzioni che si raccoglievano nelle latrine pubbliche. Dall’urina veniva ricavata l’ammoniaca impiegata dai conciatori di pelli; l’idea di tassare un prodotto tanto indispensabile in vari ambiti, lungi dall’essere un’idea balzana, garantiva al contrario entrate sicure e cospicue per l’erario.

Sfuma nella leggenda l’aneddoto tramandato da Svetonio, che secondo alcune fonti vorrebbe che Tito avesse addirittura lanciato una manciata di monete in uno dei vespasiani in segno di sfida e sprezzo al padre: quest’ultimo le avrebbe raccolte senza fare una piega e, nel gesto di annusarle, avrebbe pronunciato le fatidiche parole – oltre a effettuarne una dimostrazione d’impatto, senza dubbio. Certo, c’è da ammettere che le rimostranze di Tito non erano del tutto immotivate: il prezzo pagato da Vespasiano a fronte di questo lauto guadagno fu, infatti, quello di essere per sempre associato agli orinatoi pubblici, che già dai tempi del suo incarico imperiale iniziarono a essere denominati popolarmente “vespasiani”, esattamente come vengono chiamati ancora oggi dagli italiani.
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