"Romane", l'intervista a Paolo Geremei | Roma.Com

“Romane”, l’intervista a Paolo Geremei

Romane non è solo un libro, Romane è un viaggio, dentro i quartieri di Roma, e attraverso l’esperienza femminile di quegli spazi. Noi abbiamo intervistato l’autore, il regista Paolo Geremei, per voi!

Raccontaci di te, sei nato a Roma?

«Sono nato ad Orvieto nel ’75, una piccola città umbra, però i miei genitori vivevano, da qualche anno, a Roma. In realtà, sono romano e sono cresciuto a Roma. Ho vissuto solo un anno, fuori, a Parigi, durante l’Erasmus. Un anno fantastico.»

Leggendo il tuo libro, la prima cosa che mi è saltata all’occhio è stata la dedica: “a voi due”. Sono due donne, forse? Posso chiederti a chi ti riferisci?

«La dedica è per le due donne della mia vita: la mia compagna – ho scritto il libro durante la sua gravidanza – e mia figlia»

Sfogliando le pagine, ho avuto l’impressione di un libro dalla gestazione molto lunga. Quando lo hai scritto e quanto tempo hai impiegato?

«Sono anni che porto dentro questo progetto. Da un lato c’è sempre stato il mio interesse, il mio amore/odio, per la città. Tante volte mi sono trovato a girare con la bicicletta o con la moto nei quartieri più disparati, sia residenziali, sia periferici. Mi hanno sempre incuriosito tanto le zone più sconosciute di Roma, quelle più originali. Parallelamente, mi è capitato di giocare con la mente, catalogando i tipi di persone che incontravo, prevalentemente donne. Mi divertiva e da questa commistione, prima soltanto naturale, senza scopo, è nata l’idea del libro. È stato proprio un bisogno, una necessità mettere nero su bianco, tutte le mie ricerche inconsce»

Tu nasci come regista; l’occhio da regista è molto presente nel libro, io stessa l’ho percepito. Perché hai scelto di scrivere un libro e perché un libro simile?

«È una cosa che mi dicono in molti, io non me ne sono accorto: ho scritto per come ho sentito di scrivere. Probabilmente, facendo il regista posso risultare più visionario, più attento a dettagli che altri passerebbero in sordina. Nel corso degli anni, ho cominciato a cumulare e scrivere delle note. Non volevo scrivere un libro, è venuto da sé: mi sono semplicemente detto “butto giù degli appunti”, senza un piano esatto. Perciò vivo questo risultato come l’evoluzione progressiva del mio interesse, della mia curiosità. Non sapevo dove sarei arrivato esattamente, né mi sono ispirato a qualcuno in particolare»

A proposito di ispirazione, leggendo i tuoi capitoli, mi è tornata in mente la scrittura di Calvino, la sua esistenzialità di fondo e i suoi finali pungenti. Ho notato che a conclusione di ogni quartiere, e di ogni donna, c’è sempre una frase chiave, una chiusa che riesce anche a ribaltare un po’ le tematiche iniziali. È stata una volontà la tua? Ti riconosci in questo?

«Beh, ho letto calvino parecchi anni fa, forse è un riferimento inconscio, ma a livello superficiale non c’è uno scrittore a cui ho rimandato o da cui ho preso spunto, almeno volontariamente. Sui finali, devo dire di aver appositamente cercato il colpo di scena, in qualche modo. Volevo che fosse memorabile, indicativo; volevo regalare una chiave che potesse portare a rileggere, di nuovo ma in un’altra ottica, il capitolo stesso. Prendiamo, ad esempio, Lorenza: dare quell’informazione finale, in qualche modo, rovescia un po’ l’idea che, all’inizio, te ne fai; la rende più umana, meno spigolosa di quanto sembri. Ed è stato difficile, perché appunto ho studiato molto e fatto davvero molta ricerca, in questo senso. Credimi, scrivere il libro è stato per certi versi scorrevole, per altri sofferente»

Questa sofferenza si nota e credo sia insita all’interno di Romane. Ho sentito costante, durante la lettura, questa forma di “malinconia”, come se ogni donna fosse in sé assoluta e, poi infine, assolutamente disgregata. Volevi lasciare al lettore questo “senso di nostalgia”? È stato voluto?

«In realtà, me ne sono reso conto anch’io, mentre scrivevo, ma non è stato voluto. Anzi, volevo venisse fuori una cosa addirittura più leggera, più spensierata. Eppure, nonostante io non sia una persona malinconica o nostalgica, mi sono perfettamente accorto di questo sentimento, durante la stesura, anche quando cercavo un pò di limitarlo: questo sentore tornava nella scrittura, involontariamente. Alla fine, ho lasciato che scorresse e sono contento di averlo fatto, l’importante era che non risultasse “pesante”»

Non è affatto pesante, al contrario, è estremamente vero. È bello perché mostra la verità e non tenta di celarla, dietro facili apparenze. È un libro che leggeresti tutto d’un fiato e che continueresti a sfogliare, alla ricerca di una risposta. Dire “malinconia”, infatti, non è corretto: direi più “presa di coscienza”. Il testo mette in luce una consapevolezza, che è molto donna (e qui, mi stupisce l’abbia scritto un uomo) senza divinizzare mai, però, il soggetto femminile. Quanto ha influito su di te, e sul libro, la narrazione che, delle donne, viene fatta di solito?

«Io mi sono ispirato a persone che conosco o a racconti che mi sono arrivati anche indirettamente. Immagina che, facendo il regista, stando sul set da vent’anni, sono venuto a contatto con molte persone, anche con molte donne (attrici, produttrici, sarte, comparse ecc..), in aggiunta a quelle della mia vita privata. Ho studiato molto, fantasticato e approfondito le donne di oggi, svincolandomi totalmente da qualsiasi immaginario, struttura o pensiero che potesse influenzare la mia visione, molto presente, molto realistica. Ovviamente senza volontà, non l’ho mai vissuto come un compito. Perciò, forse, mi sono attaccato a dei dettagli, a cui di norma non si fa caso: perché ho visto che ogni piccola sfumatura può dire qualcosa. Sono stato attento, ho guardato attentamente alla donna del presente, di oggi, quella che si incontra per strada, si vede nei telegiornali, o banalmente nei fatti di cronaca. Non c’è una morale, non c’è un fine»

Infatti, non cerchi in alcun modo di salvare o difendere la donna. È come se tu avessi dato voce alle donne, le avessi prese e avessi detto: “parlate voi”. Non vai ad acuire il dislivello che, invece, ancor oggi esiste purtroppo e lo fai appunto dandogli spazio.

«È cosi, è molto non retorico questo libro. È piccante. Non avendo una tesi da dimostrare, se non i miei principi o la mia visione della persona, che poi è femminile, ma è in realtà è della persona in generale, e non avendo neanche un committente, mi sono sentito libero»

È un uomo che scrive, ma riesce ad accedere ad una intimità tutta femminile. Quanto è stato complicato per te accedere a questa tipologia d’intimità?

«Non è stato complicato. Se mi dici che ci sono riuscito, sono contento. Ma davvero non è stato complesso, è stato naturale: sono un osservatore, ma non sono cresciuto con sole donne, anzi. Ho una vita normale, ho amici maschi, dell’università, del calcetto. Insomma, una vita, se vogliamo, normale. Questa fatica di accedere all’universo femminile, di cui mi chiedi, non l’ho vissuta affatto come una fatica. Direi che, forse, questa profondità che hai notato è dovuta al fatto che io pensi continuamente, durante la giornata. Anche quando mi capita di andare a cena, con un mio amico e la compagna, mi viene spontaneo, ed è piacevole per certi versi, osservarne le movenze, riuscire a captarne la vita, immaginare ciò che fanno insieme. Ovviamente, se mi interessa capire qualcosa, sono così: sono molto sovraesposto, sono molto suscettibile a ciò che mi accade intorno, ma anche con gli uomini. Però sai, se mi dicessero di scrivere un libro sui romani, forse non mi verrebbe così naturale farlo, perché sono troppo interno»

Io ho notato che ogni donna è “regolata da un principio”, addirittura mi sono ritrovata nel caso di Diana, il capitolo sul Fleming, a far combaciare questo principio con l’assenza paradossale di principi, vista la sua frivolezza. Tu mi hai spiegato, prima, che ti sei basato molto su quelli che credi siano i tuoi principi, relativi alle persone. Credi di esserti messo a nudo, incanalandolo questi principi nel flusso femminile?

«Intanto mi sono dato dei principi, delle line guida, per ogni quartiere e per ogni donna, perché volevo che fosse chiaro. Sicuramente, per scelta, mi sono detto: “ok, capiamo quali sono i tratti caratteristici di ogni soggetto femminile, facendoli dipendere, o meglio, connettendoli al quartiere in cui vive”. Poi, in qualcuna diventa un principio, in altre resta un tratto caratteriale. Inevitabilmente, fra i principi, c’è qualcosa di mio. Però sono veramente sparpagliati qua e là: che mi possa riconoscere in qualcosa si, ma che io abbia messo i miei principi progettualmente in ogni donna, no. C’è qualcosa di me, in quella di Prati o in quella del Fleming. Ma potrei essere del tutto in contrasto, con qualcuna. Ci sono dei tratti che ho dato, che coincidono coi miei, ma c’è anche del diverso.

Noi spesso pensiamo che dipenda tutto dalle relazioni che si hanno, ma quanto l’ambiente, anche fisico, in cui si vive, plasma le nostre percezioni? Nei tuoi intenti c’era anche questo? Mi viene in mente anche Gaia, che vive a Monteverde Vecchio e la sua casualità…

«Questo è stato sicuramente uno dei miei intenti principali. Volevo che fosse chiara questa commistione, quest’incatenamento fra la persona e l’ambiente, secondo me, decisivo. Soprattutto, in una città come Roma è una caratteristica importante, questa simbiosi. Perciò, è l’elemento base del libro. Il mio ideale è che si legga, anche da non romana, la descrizione di un quartiere, col ritratto della donna che gli appartiene, e la sensazione di questa donna risulti equivalente a quella del quartiere. Il quartiere si lascia abitare, ma risiede anche nella donna che lo abita. È come se, dire: “abiterei in questo quartiere”, equivalesse a dire: “frequenterei questa persona”. Il quadro della donna, che ho dato, è molto simile all’idea che ho del suo quartiere. Ecco, ho lavorato su questo doppio piano, ed è stato difficile, perché ho dovuto studiare i quartieri, capire la toponomastica, l’origine, che tipo di persona ci abita veramente, o chi io vorrei ci abitasse, in qualche modo.

Una volta ascoltai una frase fondamentale: “noi pensiamo sempre in un ambiente, in una stanza, in un luogo fisico”. Questa idea, nei capitoli, è latente. È stata importante, per te?

«Per me, questa cosa è decisiva: che sia ambiente fisico, o umano (perché il quartiere è fatto di persone). Nel capitolo Prati – Elisa, ho messo la citazione di Brecht , una delle linee guida dei miei principi – “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati” – anche per questo motivo. Quando nasci in un certo contesto, di super agio o di disgrazia, devono concorrere tante cose, per il cambiamento, in meglio o in peggio. Poi, non è detto non possa accadere, anzi. Ma credo che l’ambiente circostante abbia un’influenza decisiva. La volontà di modificare le cose, d’altra parte, può arrivare tardi ed essere viziata dalla fortuna o da chi incontri, e come lo incontri, quindi concordo nel dare grande importanza all’aspetto del circostante. Forse, se non la pensassi così, non avrei scritto neanche il libro.

Ogni capitolo porta con sé numerose caratteristiche, relative alle donne-quartieri che descrivi. Tutte queste sfaccettature, però, a cui ognuna può omologarsi, possono essere frutto di mix. Per intenderci, io potrei somigliare per certi versi a Verdiana (Stadio Olimpico) e per altri a Marisa (Ostia). Hai voluto appositamente creare un catalogo di prototipi “mescolabili” fra loro?

«Si, penso fosse inevitabile. Ogni donna può ritrovarsi in più di una delle mie donne, perché non sono prototipi definitivi in qualche misura. Ognuna può ricostruire se stessa, prendendo pezzi sparsi, di ogni capitolo»

Credi che in questa moltitudine di tratti, e di donne, ci sia alla fine un comun denominatore?

«È difficile da trovare, ma credo sia la consapevolezza di cui parlavamo prima, aggiunta ad una sorta di sospensione. Voglio dire, ognuna di esse si racconta, ma fuori da quelle pagine continua anche a vivere. Sono sospese perché io immagino persone vive, che domani fanno altre azioni. È come aver preso lo spezzone estemporaneo di una vita, che continua a scorrere. Forse, anche per questo fatto, ho creato la chiusa finale. Tuttavia, la sospensione è necessaria, perché indicativa della loro vitalità e potrebbe anche voler dire: “questa è la mia vita e ora che l’ho analizzata, sono arrivata a quella consapevolezza, domani può cambiare” o anche no»

Mi ha incuriosito molto l’utilizzo delle note, perché in un romanzo, di solito, sono atipiche, inusuali. Io le ho trovate, nel caso di questo libro invece, essenziali. È come se, nelle note, tu avessi riportato i segreti impronunciabili, che ogni donna porta dentro di sé. Il segreto è donna, in un certo senso. Era questa la tua idea?

«Le note hanno una chiave un po’ più sarcastica e cinica e ho cercato, quando ho potuto, di mettere addirittura l’ “io narrante”, di parlare in prima persona, come a dire “lei non ve lo dirà ma io, che l’ho vista, ve lo posso confermare”. Il fatto è che poi ognuno può scegliere di leggerle o meno. Si possono anche non leggere, o si possono leggere tutte alla fine. Non cambierebbe il quadro, ma il lettore vedrebbe aprirsi una prospettiva in più. È un’aggiunta non essenziale, ai fini della narrazione, tout court, ma utile a specificare, anche in maniera divertente, ciò che si passerebbe in secondo piano»

Ho notato che le professioni che hai associato ad ogni romana sono per lo più creative, artistiche. Perché?

«Non era voluto neanche quest’aspetto, però effettivamente è vero. Forse, mi è venuto perché, essendo un regista, ho spesso visto donne provenire da ambiti artistici. Possibile anche che, in maniera inconscia, abbia associato la creatività al femminile. Un fatto però c’è: associare una donna a lavori più manuali e di fatica, mi sembrava quasi sminuente, mentre scrivevo. E, questo, credo dipenda da ciò che poi è emerso. Come a dire: andando più in profondità, si è mostrato un senso di cura (di sé e degli altri) tutto femminile, che mi ha portato ad associare, le donne, a mestieri più artistici, più creativi, in relazione con la parte sentimentale»

C’è del riscatto nel libro? Quanto riscatto c’è, all’interno del libro, in ogni donna, che cerca di superare le sue insicurezze, le sue problematiche, o le sue paure, e quanto è tuo, anche, questo riscatto?

«In me tantissimo, evidentemente. È proprio un libro che vedo così, come un riscatto. Per questo: da un lato, ho inserito temi particolari, legati alle donne, di cui vorrei si parlasse, o che vorrei diventassero motivo di riscatto; dall’altro, in qualità di scrittore, ho messo anche un po’ me stesso in questo lavoro, quindi catarticamente è anche un libro, sul superamento delle mie paure. Vorrei che queste 20 donne apparissero, come delle piccole eroine quotidiane: donne in cui riconoscersi, come fonti d’ispirazione e d’ammirazione, per ognuna. Ci tengo molto, perché credo che la lotta faccia parte della vita e ciascuna di esse ha lottato, come ogni persona (ma forse non tutti ne sono consapevoli). Se ci riconosciamo in queste donne è perché ognuna ha in sé lati contrapposti, come nella realtà: ognuno si mette alla prova, si mette a confronto. La mia attenzione per l’uomo e la psicologia, nel libro, è evidente: ho voluto raccontare le mille occasioni di confronto e di possibile riscatto, tenendo fermo che, ognuno vive la vita come vuole, ma è tutto molto più potenzialmente denso di come può apparire in superficie, o di come gli altri lo possano percepire e giudicare. “Non pensare che, se quella agisce così, allora è fatta così”: questo è il concetto che ho cercato di esprimere. Se devo dire qual è la tesi o buttare una conclusione è che, citando un regista, “dobbiamo essere sempre gentili con gli altri, perché stanno combattendo una guerra con un nemico che non conosciamo”»

Ho visto, nella tua biografia, che hai avuto esperienza con donne che hanno subito violenze. Di cosa si tratta?

«Ho realizzato due spot per l’associazione italiana calciatori, contro la violenza sulle donne. Era un tema che non conoscevo o, meglio, conoscevo come tutti. È un mondo che ho dovuto approfondire e di cui mi sono appassionato molto, perché c’è tanto da scoprire. Diciamo che anche qui, feci una cosa molto diversa dal solito. Notavo che, tutte le campagne, si riferivano alle donne e facevano richieste a loro, si rivolgevano a loro. Ora, il mio scopo è stato rivolgermi agli uomini, per educare loro. La base è quella, perché è un problema culturale che parte dagli uomini. Se le donne denunciano, il problema non passa, a meno che non ti riferisci a loro, agli uomini, alla causa profonda»

Mirella sembra un po’ la donna definitiva, la quadratura del cerchio, quella che in qualche modo può fare da mentore alle altre. È vero?

«Mirella è un po’ la madre di ognuna. Non ha i tratti di tutte, ma è la protettiva: come la sua San Lorenzo, sempre piena, anche lei è la più accogliente. È quella che c’è sempre: Mirella è la risolutiva, perciò è l’ultima»

Se dovessi scrivere la 22esima donna e fosse Roma, cioè la totalità di tutti quartieri, come la descriveresti?

«Se dovessi scrivere un capitolo su Roma equivarrebbe al capitolo di Adriana del Centro Storico, con qualche modifica. Ogni volta che pensavo ad Adriana, io immaginavo l’essenza di Roma: le sue rughe rimandavano alle rovine, il suo problema ai polmoni allo smog del centro. Non ti nascondo che, quando ho cercato un capitolo riassuntivo da intitolare Roma, nella sua totalità, mi sono reso conto che aveva troppi tratti in comune con Adriana, perciò non l’ho scritto»

Qual è la donna del libro, a questo punto, a cui ti sei sentito più vicino e, invece, il quartiere?

«La donna a cui voglio più bene è Veridiana, quella del Villaggio Olimpico; lei è quella che sento più vicina. Il quartiere in cui più vivrei è Testaccio. Non l’ho messo nel libro perché non avrei saputo identificare una Testaccina, forse ci sono troppo legato»

Il monumento di Roma che preferisci?

«La macchina da scrivere, assolutamente, l’Altare della Patria, perché è maestoso e, allo stesso tempo, elegante»

 

 

 

 

 

 

 

 

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