“Chi nun risica nun rosica”: il detto perfetto per gli audaci
Chi nun risica nun rosica: origine, significato e uso a Roma “Chi nun risica nun rosica” è un proverbio oggi diffusissimo in tutta[...]
Quante volte è capitato di imbattersi in questi termini del dialetto e della parlata romana, magari dopo un pranzo o in una giornata in cui non ce la fate proprio a tenere gli occhi aperti; tante volte li abbiamo usati come sinonimi, ma non lo sono, c’è una sottile differenza tra i tre termini, scopriamo quale!
Il primo termine, pennichella è probabilmente il più diffuso nella parlata romana; a volte è anche abbreviato e ridotto a pennica, ma sostanzialmente i due termini sono equivalenti. L’origine di questa parola è molto interessante, deriva infatti da una forma della lingua latina ricostruita pendiculare, che proviene dal verbo pendere. Già così è abbastanza esplicito il significato ancestrale di questa parola ovvero il fatto di dondolare, di pendere appunto da una parte all’altra, in preda a una sonnolenza soprattutto dopo un pranzo che te dico fermete. L’immagine tipo che potrebbe descrivere questo termine è quella di quel vostro zio o quel vostro nonno che dopo aver finito il pranzo di famiglia, durante una festa e magari dopo essersi scolato quel bicchiere di vinello in più, è lì sul bordo del tavolo che fa su e giù con la testa, strusciandosi in maniera animalesca contro la sua mano che tenta invano di tenerlo su. Ecco questa è l’immagine della pennichella. Il sonno di questo momento di relax però, quando è fatto per bene, è una manna, te rimette ar monno, infatti pare che ti dia di nuovo le forze per riprendere il lavoro o magari durante una festa di famiglia, per affrontare la cena come un gladiatore.
Un altro modo per poter chiamare quest’altra forma di riposo lampo è la pezza. Già da questo suo sinonimo possiamo capire quanto l’abbiocco sia effettivamente pesante. Al contrario della pennichella non è quella sonnolenza leggera, dovuta all’appesantimento del pranzo, ma è una cosa che non scaccia via nemmeno il caffè più forte e amaro. Il problema qui è proprio che c’hai sonno, punto. Infatti il suo significato originario, come testimonia il vocabolario online Treccani, ricorda l’atto di accoccolarsi come una chioccia mentre cova le uova. L’abbiocco quindi è proprio quando te fionni sopra er letto o er divano, te rannicchi come ‘n gomitolo, te butti la coperta sopra e…addio monno! Innegabile affermare che questo tipo di riposo comporta degli strascichi e delle ripercussioni sulla successiva parte della giornata. Quanno te risvegli senti tutta la pezza, non sai che momento della giornata sia, non connetti molto bene e per riprenderti ci metti dalle 2 alle 3 ore. Consiglio, evitate di farlo nei giorni feriali!
Infine si arriva alla cecagna, che è un tipo di sonnolenza molto particolare e che al contrario delle altre due descritte prima, ti coglie impreparato, di sorpresa; è fulminea la cecagna e te frega perché magari è una di quelle giornate in cui sei carichissimo, dove niente ti può fermare e in cui sposteresti le montagne da solo con un dito; poi ti fermi un attimo, la sera e tac, buio. Arriva quel fatidico momento in cui non riesci a stare più in piedi e qualsiasi supporto orizzontale che ti permetta di stare seduto o meglio ancora sdraiato sono benvenuti, che siano questi una sedia o il mobile della tv. Fatalmente ti spegni e questo buio improvviso, la cecagna, lo porta anche nel nome, che deriva appunto dall’ambito semantico della parola “cieco”. Non si hanno certezze su come ci si risvegli da questo momento di buio, perché se la sonnolenza è breve, allora avrà gli effetti benefici di una pennichella, mentre se dura anche solo 30 secondi di più, ecco che subentra il risveglio frastornato dell’abbiocco. State molto attenti dunque, che ‘n colpo de cecagna potrebbe esse sempre dietro l’angolo!
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