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Corrado Rizza, il dj produttore romano che ora vive il sogno americano


Corrado Rizza, dj e produttore romano, classe 1961, si racconta al nostro Faber Cucchetti. i suoi primi lavori nell’ambito musicale, la sua prima partnership con Marco Trani, infine la grande esperienza da produttore e oggi la sua nuova vita vivendo il sogno americano a Miami.

Cominciamo presentando i tuoi dati anagrafici, la zona di Roma dove sei cresciuto

Sono nato a Roma nel 1961 ed ho vissuto la mia giovinezza nel quartiere di Monteverde. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ed aver strappato un diploma con un misero 37, mi sono dedicato alla carriera del dj che per me è stata come aver frequentato forse più di una vera università. Nei pomeriggi andavo spesso al Green Time ed al Mais, perché la sera non potevo uscire. Il Mais era un posto incredibile, una specie di palestra tappezzata di specchi, senza posti a sedere. Rimasi stregato da come metteva i dischi Francesco Bonanno, il dj – anche lui di Monteverde -, che insieme al tecnico delle luci Ottavio Siniscalchi, formava il gruppo Easy Going accanto a Paolo Micioni – una leggenda già all’epoca -, forse il primo vero dj della capitale. Insomma avevo deciso di diventare un disc jockey anche io, ma la strada era in salita, praticamente l’Everest, perché i locali erano pochi e per fare il dj dovevi essere bravo veramente ed avere carisma.

Fine anni 70 il tuo debutto musicale: negozio di dischi, prime piste e soprattutto alcuni anni nei villaggi turistici. Raccontaci come andò…

Tutto cominciò quasi per gioco. Frequentavo come cliente insieme al mio amico Antonio Alesse, il negozio di dischi import Best Records nel quartiere Prati. Il proprietario Claudio Casalini, dj già navigato, ci propose un lavoretto: si trattava di portare i dischi ai dj nei locali di punta, prima dell’apertura, perché sapeva che i dj erano pigri e quel tipo di servizio sarebbe stato perfetto. All’epoca come ho detto i locali erano pochi e i dj erano spesso difficili da avvicinare, mi riferisco a personaggi come Paolo Micioni, Pietro Micioni, Stefano Di Nicola, Faber Cucchetti e anche un certo Marco Trani, che ebbi la fortuna di conoscere proprio grazie a quel piccolo lavoro, all’Easy Going dove lavorava dopo aver preso il posto di Paolo Micioni. Marco era già un mito e l’Easy era un posto incredibile, il tempio dei gay ma anche delle donne più belle e del jet set. Il locale, ennesima creatura di Gilberto Iannozzi, mi stregò subito, come del resto la tecnica incredibile dell’immenso Trani. Per un pischello come me era impossibile diventare un dj in fretta, così decisi anche un po’ deluso di partire per i Villaggi Valtur, dove avevo fatto domanda come istruttore di nuoto. All’ultimo momento mi proposero un posto come dj e fu per me come un segno del destino. Alla Valtur ho incontrato e conosciuto personaggi fantastici, tra cui Rosario Fiorello, che all’epoca lavorava al bar e con il quale ho diviso dei momenti irripetibili che ancora ricordiamo con grande nostalgia. La Valtur devo dire è stata una grande palestra di vita per me, ma anche come dj, facendomi capire come far ballare veramente tutti.

Dal 1983 finalmente sei dj in locali importanti della Capitale…

Dopo tre intensi anni nel villaggio, decisi di tornare a Roma e sinceramente ero molto preoccupato, ma una sera di agosto è accaduto l’incontro che forse ha cambiato la mia vita e la mia carriera lavorativa: all’Easy Going, Marco Trani mi propose di diventare il suo tecnico luci, nonché secondo all’Histeria, altro locale della famiglia Iannozzi che stava per aprire tra Via Veneto e i Parioli. L’Histeria inaugurò il 5 ottobre 1983 ed ho avuto la fortuna di stare vicino a Marco per circa 4 anni tutte le sere, godendo della sua tecnica e del suo gusto musicale incredibile, tutte cose che mi sono rimaste nel cuore e che mi hanno formato tantissimo dal punto di vista professionale, anche se la sua tecnica rimane sempre unica ed irripetibile.

A proposito di collaborazioni storiche, con il tuo mixer a Roma hai avuto a che fare anche con stelle nascenti della discografia: Jovanotti e Dr. Felix.

Nei primi mesi del 1986 decisi di andare per un periodo a New York, ma dopo 3/4 mesi fui richiamato da Beatrice Iannozzi, la proprietaria dell’Histeria, per prendere il posto di Marco Trani, che aveva deciso di lasciare la Capitale per andare a lavorare a Cortina e poi a Riccione; anche Claudio Coccoluto – che nel frattempo aveva preso il mio posto – voleva seguire le orme di Marco e così divenni il dj dell’Histeria con Miky Capo alle luci, anche lui di Monteverde. Quel quartiere ha dato i natali anche ad altri dj poi divenuti famosi come Gino Woody Bianchi, Giancarlino e Franco Sciampli. Mentre lavoravo all’Histeria ho avuto l’onore di avere al mio fianco tante volte il rapper Dr. Felix, che già avevo conosciuto nei primi anni con Marco e Lorenzo Cherubini, che dopo le serate al Veleno, dove lavorava in quel periodo, passava da noi e cominciava a rappare ancora prima di diventare Jovanotti. Sia con Felix che con Lorenzo ho avuto sempre un grande feeling ed una grande empatia musicale. Felix era un mostro al microfono e Lorenzo si vedeva che aveva un talento innato, che infatti da li a poco scoppiò arrivando alla corte di Claudio Cecchetto. Con Felix feci anche un programma a Radio Radio, quando era gestita da Maurizio Catalani.

Che tipo di disc jockey eri? In cosa amavi distinguerti durante l’epoca del vinile?

Sicuramente sono stato e continuo ad essere un dj che vuole far divertire la gente prima di pensare ai miei gusti personali, anche se cerco in ogni modo di coniugare entrambe le cose. Mi porto fissata nel cuore l’esperienza della Valtur dove la parola d’ordine era avere il sorriso e far divertire i clienti. In quegli anni ho sempre curato anche la ricerca musicale e andavo addirittura anche 2 o 3 volte all’anno a Londra per avere i dischi del momento. Non c’era internet e se volevi trovare le ultime novità dove andartele a cercare nei posti giusti come Londra e NY e credo di essermi espresso al massimo nei 4 anni che ho lavorato al Gilda di Roma.

 

Dopodiché la logica evoluzione professionale ti ha elevato al grado di produttore

Voglio confessare una cosa. Da quando facevo il dj a livello professionale, ho sempre avuto un modello di dj/producer: Alvaro Ugolini. Alvaro era stato un grandissimo dj ai tempi del Number One e del Piper e poi è diventato un bravissimo produttore e discografico, fondando la X-Energy con Dario Raimondi. Io volevo fare la sua carriera e in parte ci sono riuscito. Quando cominciai a produrre, prima con i cugini Max & Frank Minoia e poi con Gino Woody Bianchi e Domenico Scuteri, ho piazzato le mie prime piccole hit proprio con l’etichetta di Alvaro. Mi riferisco a gruppi come i Jam Machine, i Paradise Orchestra, gli Strings Of Love, che sono stati in classifica in Inghilterra e che mi hanno dato la possibilità di diventare uno dei veri producer della Italo House, oggi conosciuta nel mondo. Dopo le varie produzioni con la Energy, ho fondato la Lemon Record con Bianchi e Scuteri e anche lì abbiamo fatto tante cose tra cui i Black Connection, che sono entrati nelle classifiche inglesi ed americane. Negli anni 2000 ho avuto un’altra grande esperienza diventando direttore marketing della Hit Mania e ho provato il brivido di coordinare tanti progetti discografici che hanno venduto milioni di copie. Purtroppo questi numeri non si faranno mai più.

Negli anni novanta hai girato il mondo. Quali sono stati i Paesi che musicalmente ti hanno dato di più e quali le differenze sostanziali con le tue radici romane?

Sicuramente l’Africa e precisamente la Costa D’Avorio mi ha dato molto. Là ho scoperto artisti come Manu Dibango o Fela Kuti, ma a dire il vero sono stato sempre attento alla musica etnica. Infatti nei miei viaggi in Oriente o magari in Australia ho sempre speso tante ore nei negozi di dischi, che ancora esistevano.  Ma ti posso dire che anche a Roma quando avevo tempo andavo nel ristorante Hare Krisna per sentire il musicista che suonava il sitar durante la cena.

La tua firma è apparsa su molte compilation, com’era il processo produttivo e quali furono quelle che ti diedero le migliori soddisfazioni?

Sicuramente la Hit Mania è stata la più grande esperienza, ma devo dire che tra le oltre 160 compilation che ho coordinato ricordo la prima compilation di Gay Tv che entrò in classifica nazionale, cosa eccezionale per un mondo che ha vissuto sempre ai margini della discriminazione; anche quella legata al Tim Tour che ha portato la società telefonica alla ribalta nel mondo della discografia. La verità è che porto nel cuore ogni compilation, ognuna di esse aveva tanto dietro lavoro, come quelle che spesso mixavo con Fabio Torregrossa, un grande amico e musicista da poco scomparso.

Sei un nostalgico o hai vissuto bene il passaggio alle consolle digitali? Come sono cambiate le tue serate dal vinile ad oggi?

Oggi vivo a Miami, faccio serate in posti molto particolari e sinceramente lavoro con le chiavette, che mi consento di avere tutto con me. Certo, ricominciare con i CDJ credo sia stato come per i piloti di Formula 1 passare dal cambio manuale a quello automatico. Ma è vero che sono molto nostalgico e mi sto organizzando per rifare qualche serata con il vinile. Il primo amore non si scorda mai!

Ne hai fatte di esperienze! Da 15 anni sei anche scrittore. Come iniziasti, quale pubblicazione ti ha dato più riscontri ed a cosa stai lavorando oggi?

Diciamo che sono stato sempre un collezionista e quando ho trovato alcune foto inedite dei Beatles a Roma, ne ho fatto un libro, intervistando tutti quelli che li avevano conosciuti. La stessa cosa è successa quando ho ritrovato delle foto del Piper Club, dalle quali è nato Piper Generation. Poi nel 2010 decidemmo con Marco Trani di raccontare le nostre storie e venne fuori I Love The Nightlife, un libro con oltre 700 foto dell’epoca, oltre ai nostri racconti. Nel 2014 ho realizzato Anni Vinilici, Io e Marco Trani 2 dj, che purtroppo ho scritto a 2 anni dalla scomparsa di Marco. Fare il libro è stato come una lunga seduta di analisi che mi ha aiutato a metabolizzare la sua scomparsa e a rimettere a posto i pezzi della mia vita. Ecco da qui il sottotitolo, Io e Marco, in fondo la storia di due ragazzi che hanno amato la musica e ne hanno fatto un mestiere ed una missione di vita. Adesso sto per realizzare con Guido Michelone un libro su David Bowie e Woodstock. È presto per maggiori dettagli, ma spero ne verrà fuori un bel lavoro.

Ultimamente hai soddisfazioni anche dal web. Sei fra i responsabili di un gruppo Facebook che a Roma sta spopolando

Devo dire che nessuno di noi se lo sarebbe immaginato. Mi riferisco al gruppo VENTANNI DI ROMA BY NIGHT gestito dal sottoscritto, da Massimiliano Baiocchi, Massimo Buonerba, Paolo MicioniCristiano Colaizzi, che oggi vede oltre 14 mila iscritti, con tanti personaggi famosi all’interno e addirittura anche qualche hater, che non guasta mai al giorno d’oggi, vuol dire che sei diventato anche un po’ famoso. A proposito un grazie particolare alla nostra unica moderatrice la bravissima e anche bellissima (ex top model) Elisabetta Graziani.

Sei romano, non hai tradito le tue origini ma dopo tanto viaggiare hai messo radici a Miami. Quando hai deciso? Come hai realizzato il tuo sogno americano e cosa fai laggiù?

Nel 2012 quando ho visto che le cose non andavano più bene nel mondo della discografia, dopo aver collaborato anche con la Time di Giacomo Maiolini e in radio con Fiorello e Baldini, decisi di iniziare la mia avventura con la mia famiglia. Nel frattempo infatti avevo chiesto e ottenuto la Green Card come artista e soprattutto avevo adottato un bambino in India, Santhosh: tra le mie priorità c’è stata quella di dare a lui un contesto internazionale. A Miami, covid permettendo, mi sono rimesso a fare il dj e devo dire che anche alla mia veneranda età c’è spazio per continuare ad esprimermi artisticamente e lavorativamente. Oggi che addirittura sono diventato anche americano, potrei dire che anche io sono un DJ AMERICANO! L’importante è crederci.

Per un iperattivo come te, il periodo del Covid è ancor più traumatico. Come lo state vivendo in America e come hai approfittato della pausa forzata?

Ma sinceramente non pensavo di farcela, invece sono stato molto calmo e consapevole della situazione. Come tutti sono stato agli arresti domiciliari e forse il gruppo Facebook e i miei mille interessi come la scrittura e la documentaristica mi stanno tenendo impegnato.

Programmi e buoni propositi per i mesi a venire?

Al momento sto finendo un documentario sul clubbing romano, dopo aver pubblicato quello su Larry Levan ed il Paradise Garage, prego veramente con tutto il cuore che questa situazione finisca al più presto e che tutto il mondo possa ritrovare pace e serenità, quella che al momento purtroppo non vedo. Spero che tutto quello che sta accadendo ci renda almeno un po’ tutti più buoni.