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Paul Micioni, il dj, frontman e produttore dalle mille hit


Paolo (in arte Paul) Micioni nasce a Foligno in provincia di Perugia, il 3 marzo del 1956 da padre artigiano e mamma casalinga. Da dj negli anni ’70 e ’80 ha padroneggiato mixer di locali importanti fra i quali: Green Time, Easy Going, Piper, Notorious, Atmosphere Roma e Capri, Sottovento a Porto Cervo, Acropolis, Virus, Bulli & Pupe. Nel mondo discografico ha lasciato il segno dapprima come frontman degli Easy Going e poi con una raffica di produzioni per nomi eclatanti come: Traks, Gazebo, Gary Low, Amanda Lear, Mike Francis, Amii Stewart, Banco del Mutuo Soccorso, Twilight, Tiromancino, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Marina Rei, Neri per Caso.

Ci incuriosiscono sempre i primi passi di un professionista. Tu hai iniziato giovanissimo sulla costa adriatica, raccontaci come è arrivato il primo ingaggio e quello che fece quel 17enne al debutto

La primissima volta che ho mischiato i dischi fu nella discoteca di un albergo in montagna a Ussita, in provincia di Macerata, su di una consolle molto essenziale, con un giradischi solo e un microfono per annunciare e “disannunciare” i dischi: era il 1971, fu sicuramente uno start up molto importante, non fosse altro per l’emozione e i brividi che mi percorrevano tutto il corpo. Poi venne il primo vero locale.
Era il 14 luglio del 1973. Accompagnai mia madre in Abruzzo per cose di famiglia e lì già mi mancava il terreno sotto ai piedi, sentivo che qualcosa di grosso mi stava capitando ma ero preparato sul da farsi, giocando molto sulla mancanza di professionalità della concorrenza in zona. Beccai invece l’unico professionista, oltretutto con una presenza scenica molto coraggiosa per l’epoca: Aurelio Donninelli, in arte Mr. Williams. Bello come il sole, capello biondo, lungo alla Joey Tempest degli Europe, fisico possente e gusto musicale di tutto rispetto. Mi dissi: “Già non ho voglia di togliere il posto a nessuno, in più ci aggiungi le peculiarità del Tempest delle Marche, famoso da Giulianova a Porto Recanati!?” Invece fu proprio lui ad avvicinarmi, notando il mio atteggiamento, di quello di “uno che ne sapeva”, mi chiese se avevo a che fare con la musica e io pronto e deciso: “Sì, sono un deejay di Roma». Alla parola Roma replicò immediatamente: «Bene, ti andrebbe di fare la stagione estiva qui al Petite Fleur? È una vita che litigo con il proprietario e se rimani tu sto tranquillo che il locale rimarrà in buone mani, anzi se vuoi salire in consolle così vediamo cosa ne pensa Ballatori»; e come si fa a fare una performance con un proprietario in pista che si chiama ballatori?! Però fu proprio così che iniziò la mia carriera da dj, con Mr. Williams che mi presentava come il grande Paolo Micioni di Roma.

Di lì a poco la tua vita cambiò e prese una direzione definitiva: dj a Roma

Appena terminata la stagione al Petite Fleur trovai Roma più facile da affrontare e ora vi racconto di come sono approdato al Papé Satàn.
Ricordo che uscii una sera proprio per propormi come cambio per i riposi del deejay titolare di una qualche cattedra. Feci un giro fra vari locali, ma trovai una situazione drammatica. In pratica i sostituti spesso erano addirittura più preparati degli stessi titolari. Uno su tutti Sammy Barbot che aveva come riserva Alvaro Ugolini! Questo era il livello. Ma alla fine, quando si dice il destino… L’ultimo locale dove quella notte sarei dovuto passare era il Papé Satàn. Un po’ scoraggiato me ne stavo tornando a casa, perché tra l’altro conoscevo il dj, Michele De Luca ascoltato su Radio Tevere, molto preparato e con una voce fantastica. Nonostante la mia titubanza, all’ultimo decisi di farci un salto. Michele mi consentì di fare una prova che affrontai con un’angoscia che non vi dico, anche perché la consolle era ubicata all’interno di un pianoforte a mezza coda bianco, i giradischi erano con la trazione a cinghia quindi come li guardavi si muovevano, tipo tagadà e, ciliegina sulla torta, lo stesso Michele che, come mi appresto ad effettuare un missaggio, mi sussurra all’orecchio “Che stai a mette? Attento, cerca de non perde de vista la gente che balla. Lo sai chi è quello?!” …e quasi sempre si parlava di un detenuto di lungo corso. “Se con quello sbagli disco, quello te spara!”. Fatto sta che alla fine, un po’ perché lui era in procinto di mollare Roma e un po’ perché forse me lo meritavo, il posto fu mio.
Fu sicuramente un locale fondamentale e una tappa degna di ricordi belli, la mia università, dove ho imparato la cosa più importante della mia lunga carriera, che era ed è ancora il rispetto per la consolle e ogni singolo elemento che la compone, dai giradischi all’amplificatore ed una per una tutte le manopole e i potenziometri. Dopo circa un anno fui chiamato da Enzo Barbieri, allora dj resident del Green Time. Stava partendo per il Kenya e mi lasciò la consolle.
In quel periodo le cose mi andavano piuttosto bene, anche perché mi era stata affidata la direzione dello storico negozio di dischi Sam Goody, che poi sarebbe diventato Goody Music.
Era il ‘77 più o meno, quando fui chiamato dal decano Claudio Casalini che mi propose un provino senza impegno all’Easy Going. La prova in consolle coinvolgeva lo stesso Casalini, Luca Pavoni e il sottoscritto. Grazie a Claudio scelsero me e da lì partì tutto, la mia carriera di dj e anche quella di PR.
Dall’Easy Going passai al Piper, e per me fu un’altra tappa molto importante anche perché sentii crescere una presenza alle spalle: era mio fratello Pietro, che aveva fatto tesoro dei miei insegnamenti ed era pronto, giovanissimo, per spiccare il volo. Me ne fece accorgere Chicco Furlotti: una sera mi chiamò dicendomi di mandargli mio fratello all’Alibi. Funzionò e per un periodo militò in quel locale straordinario, con un impianto pazzesco e musica esageratamente all’avanguardia. Era tutto molto eccitante.
Ne uscì nel 1979 perché si stava per inaugurare il Much More, un altro posto incredibile. Presero Peter insieme ad Al Jordan

 

La tua è la prima generazione di dj romani, nata durante la Febbre Del Sabato Sera. Tutto doveva ancora essere inventato ma lavoravate praticamente ogni notte, su una stessa pista. Come e dove sceglievi la musica dei tuoi vinili?

Ad esser sinceri, almeno per me era così, eravamo molto curiosi della programmazione altrui e spesso ci si trovava tutti o quasi all’interno del taxi inglese di Claudio Casalini. Lì dentro ascoltavamo uno i missaggi dell’altro, e poi una volta al mese si partiva alla volta di Milano per visitare il Bazar di Pippo, oppure andavamo direttamente alla Dimar di Rimini dove facevamo i debiti veri per comprare i dischi nuovi. Poi – come ti accennavo – mi venne proposto di occuparmi del negozio di Goody, a Roma accanto a piazzale Flaminio, e lì mi seguirono tutti i dj di Roma, tu in primis Faber!

Un decennio di vertice fra i nomi più amati delle discoteche capitoline. A quali sei rimasto più legato e perché?

Senza ombra di dubbio il primo grande “amore” fu Alvaro Ugolini.
Praticamente ad un certo punto si viveva insieme, dove si spegneva l’ultima canna del giorno, lì ci si metteva a dormire e lì mia madre si occupava di Alvaro mentre la mamma di Alvaro si prendeva cura di me.

Sei fra i pochi che hanno lavorato per i locali da ballo degli imprenditori di maggior successo a Roma: Iannozzi, Bornigia, Caruzzi. Così diversi però sempre votati al ballo: parlaci dei tuoi rapporti con questi grandi leader della notte.

I rapporti con i grandi proprietari erano in qualche modo diseguali perché Giancarlo Bornigia, proprietario del Piper e del Gilda, insieme a Lucia, frequentava casa mia, quindi con lui avevo una relazione che con gli altri non si può proprio paragonare.

Baby I love you: cosa ci racconti di quel tuo disco firmato con il nome di Easy Going, prodotto da Claudio Simonetti e Giancarlo Meo?

Fu il trampolino di lancio della mia ancora attuale attività di produttore. Con Simonetti ho imparato tanto. Ricordo il mio primo giorno di studio con il batterista Walter Martino e con Claudio: era come stare all’università.

Da una discoteca di culto come l’Easy Going, una bomboniera, passasti ad una leggendaria, il Piper, dove facevi ballare oltre 1000 persone alla volta. Come ci sei arrivato e come hai adeguato il tuo stile?

In quel caso ne soffrì la qualità: all’Easy potevo mettere di tutto anche perché riempiendosi facilmente il colpo d’occhio era sempre buono, inoltre era un locale gay, quindi l’ambiente era più caldo, la gente veniva con lo spirito giusto. Il Piper invece anche con 600 persone sembrava deserto e lì se sbagliavi anche solo la durata di un disco eri fottuto.

Fra le formule che hai battezzato, fresco produttore dei Traks, lanciasti il connubio fra dj e musica live. Come nacque e come andò?

All’epoca della produzione di Long train running girava un gruppo che si chiamava Level 42, capitanato da un talentuoso bassista, Mark King, che diffuse in modo molto chiaro la tecnica dello slapping. Da quel momento per almeno un ventennio ogni bassista del pianeta ne consacrò l’esistenza facendolo diventare uno stile. Entrò nel linguaggio di varie produzioni. Si usava dire mettiamo un basso alla Mark King, tra l’altro anche coreografico nell’esibizione, molto scenico. Questo diede la spinta per convincermi a mettere nella costruzione dell’arrangiamento la possibilità di suonare Long train running dal vivo con l’impiego di soli 4 musicisti. Le richieste di un live non tardarono ad arrivare e partì immediatamente un tour in Francia, dove al mio posto partì Mike Francis, e così andò per tutte le altre produzioni, dandoci molta più credibilità.
Trasferire il concetto in discoteca fu un’illuminazione. Ci lavoravo già da molto e l’avevo già chiara in mente, l’unione tra il giradischi e la musica suonata dal vivo. Uno spettacolo nello spettacolo, cui diedi il nome di Live Jockey e l’Acropolis, la discoteca che stava per aprire sulle ceneri del Much More. Era la sede ideale, con lo show che avrebbe fatto da sigla, basato su alcuni trucchi di Cinecittà magistralmente diretti da Enrico Lucherini, come la pioggia e la nevicata simulate. Conobbi Ioannucci e Speranza e senza discutere dei soldi partimmo. Purtroppo si sa che i proprietari dei locali di allora a tutto pensavano fuorché all’indiscutibile importanza della musica, ovvero del dj. Così da lì a poco dichiararono la non fattibilità del progetto per problemi di costi. Ma non finì così. In occasione del SILB a Rimini presi come sponsor l’appena nato impianto Nexoe con il loro supporto iniziammo un tour italiano di successo. Poi mi arrivò il contratto con il Sottovento in Costa Smeralda, a due passi da Peter ingaggiato al Country di Porto Rotondo, così decidemmo di creare una diversa formazione della Live Jockey, coinvolgendo i Twilight (Massimo e Claudio Zuccaroli), Fabio Sinigallia e Stefano De Nicola come dj.

Fra i tanti locali romani dove ci hai fatto ballare, a quali ti senti più legato? Cosa avevano in più?

Sicuramente l’Easy Going, per come era realizzato (un vero e proprio capolavoro dell’architetto Gepy Mariani) e poi per l’ambiente prevalentemente gay che mi diede spessore artistico, dandomi la possibilità di mettere la musica che volevo, spingendomi fino ai confini del funky più estremo e del jazz più accattivante.

Com’era la vita del dj che lavorava praticamente ogni sera negli anni 70 e ‘80? Descrivici l’ambiente romano di quell’epoca e la tua giornata tipo.

Ero così impegnato che non avevo il tempo materiale di svolgere una vita tracciabile, nel senso che la vita del dj era abbastanza prevedibile: si dormiva fino alle 12, 13 al massimo, poi a pranzo sempre lì alla trattoria di mia madre e poi giù da Goody Music, negozio di dischi all’avanguardia da sempre; poi di nuovo a casa, cena, assetto dei capelli (non per tutti) e infine giù al locale dove se arrivavi in ritardo il direttore ti cazziava. A notte fonda c’era a mio avviso il momento più bello: il dopo locale, dove si ascoltavano le novità che quasi sempre portava Alvaro Ugolini e i missaggi che ognuno sfoggiava tipo trofeo di caccia.

La figura di quel professionista è cambiata moltissimo, per tecnologia e modi di lavoro, generando vere e proprie stelle internazionali. Come descrivi e come giudichi il dj del nuovo millennio nel confronto con i tuoi anni d’oro?

I deejay del nuovo millennio? Non parlerai mica di David Guetta e affini?! E mica fanno i dj, lo dico sempre, non ci cascate, cari colleghi, per colpa di chi ha avuto la fortuna di diventare dj superstar, noi adesso siamo considerati dei piccoli artigiani. Ma che ci andassero loro dallo strizza cervelli adesso che non fanno più una data! Se dovessi commettere l’errore di pensare che ho fatto per quarant’anni il mestiere di Guetta mi suiciderei e se quelli sono dj allora Marco Trani è… Gesù di Nazareth!

Ad un certo punto hai cominciato a trascurare la consolle dei locali per dedicarti alla discografia, confermandoti come uno dei produttori italo-dance di più grande successo mondiale. Cosa è successo? Come hai affrontato il passaggio di ruoli?

Decisi di dedicarmi completamente al mestiere del discografico prima di tutto perché mi piaceva e poi per vocazione. Infatti, pur con alti e bassi, è un lavoro che mi dà ancora oggi da mangiare. A quello che già sapevo fare ho unito il mestiere dell’arrangiatore che in parte già svolgevo: non c’è disco che io abbia prodotto dove non ci sia un mio colpo di cassa o una mia ritmica completa.

Fra i vinili dance che hai prodotto, a quali sei rimasto più legato? Quali hanno ottenuto il maggior successo commerciale?

Un vinile che mi sta a cuore è Grande Joe, del Banco Del Mutuo Soccorso, perché ci riconosco la mano ed il grande talento di mio fratello Pietro, mentre quello che ha riscosso più successo è stato Long train running dei Traks (la cover del classico firmato Doobie Brothers). Sai come nacque? Eravamo in macchina al ritorno da una serata da Teramo; viaggiavo con mio fratello Pietro, Aurelio Donninelli e Mariano Salvati. Sognavamo ad occhi aperti di firmare una grossa hit, perché no mondiale e io tirai fuori dal mio archivio immaginario il titolo di un singolo che fece numero uno anche in Italia esattamente otto anni prima. Mio padre ci prestò… beh vabbè, ci finanziammo il disco in famiglia, ci costò cinquecentomila lire, un investimento pazzesco ma ebbe un successo planetario, ovunque.

Chi o cosa invece, fra i tanti che hai seguito, avrebbe dovuto riscuotere maggior successo?

Senza ombra di dubbio Mike Francis, per il suo talento e per il suo ineguagliabile timbro vocale. Ha avuto il merito di aver portato me e mio fratello ad un livello molto alto nell’ambito della discografia internazionale.

Ne hai scoperti tanti, ma ne hai anche riscoperti e aggiornati. Parlaci di Via Asiago 10.

È una label inventata da me, mio fratello e Massimo Zuccaroli, con la quale abbiamo pubblicato insieme alla Rai una serie di perle della musica mondiale. Nomi immortali come Frank Sinatra, Juliette Greco, Louis Armstrong, Alberto Sordi, il Quartetto Cetra e molti altri. Abbiamo riscosso un successo straordinario fra i critici della stampa, un po’ meno nelle vendite.

Se potessimo organizzare una grande festa celebrando la tua carriera, dove la immagini e con quali caratteristiche?

Credo proprio che la farei al Piper, con tutti i dj e gli addetti ai lavori!

Intervista di Faber Cucchetti