Da latino al romanesco, breve storia del dialetto della Città Eterna | Roma.Com

Da latino al romanesco, breve storia del dialetto della Città Eterna

La teoria dell’evoluzione di Charles Darwin non si applica solo ai cambiamenti biologici che caratterizzano l’esistenza degli esseri viventi sul pianeta Terra; infatti, anche il linguaggio è caratterizzato da una peculiare storia evolutiva che ne fissa alcune convenzioni per tralasciarne altre lungo il corso dei secoli e con l’uso che se ne fa. Scopiamo oggi insieme qualche curiosità sul percorso che dal nobile latino ha dato origine al dialetto romanesco!

Che cos’è il romanesco (o romano)

Il cosiddetto dialetto romanesco è, in realtà, un codice linguistico talmente simile all’italiano da poter essere considerato spesso più una “parlata” o un accento che un dialetto vero e proprio. Questo è dovuto alla sua matrice dal latino medievale e dal dialetto toscano, sul cui calco si è costituito anche l’italiano standard attuale. Per la stessa ragione, la grammatica del romano o romanesco è facilmente intendibile anche a chi non è de Roma, purché italofono, in quanto affatto diversa dalla grammatica italiana. Inoltre, il romanesco presenta leggere variazioni nell’area centrale del Lazio, tanto che potremmo dire che è un dialetto diffuso non solo a Roma ma anche nell’hinterland romano. Man mano che ci si allontana dalla città, la lingua romana si mescola ai dialetti del basso e dell’alto Lazio, più vicini nei fenomeni fonetici e nella grammatica a quelli del centro Italia appartenenti al gruppo umbro-marchigiano.

Dal toscano al papalino fino al neoromanesco… ma quante lingue si parlano a Roma?

Il motivo di questa progressiva distanza di idiomi affonda le radici nella storia del Rinascimento a Roma: a partire dal Quattrocento, infatti, la presenza di mercanti e nobili toscani a Roma e presso la Corte papale ha fatto sì che il romanesco si forgiasse sul toscano. Poiché parlato nelle classi alte, il romanesco si è diffuso con un movimento che potremmo essere portati a definire contrario a quanto di solito ci aspetteremmo quando si tratta di dialetti: il romanesco non è nato come lingua del volgo poi adottata anche dai ceti più prestigiosi, ma, al contrario,  ha raggiunto gli strati più plebei della popolazione solo un secolo dopo il largo uso che se ne faceva nell’alta società. Fino al suo crollo, lo Stato Pontificio ha costituito per il romanesco una sorta di oasi protetta in cui svilupparsi senza subire ulteriori contaminazioni esterne: confinato all’area della città di Roma fino alla Presa di Roma, quando la città divenne capitale del Regno d’Italia, le successive ondate di immigrazione e il conseguente incremento crescente della popolazione residente cominciarono ad alterare profondamente il patrimonio linguistico che possiamo desumere dal poeta vernacolare Giuseppe Gioacchino Belli. Esempio più puro del romanesco del periodo papalino, l’idioma dei sonetti del Belli e di Trilussa somiglia ben poco alla parlata condivisa oggi dai residenti della città capitolina. Alcuni studiosi propongono di riferirsi a quest’ultimo con il termine “neoromanesco”, proprio a indicare il gergo parlato nelle periferie romane che «si discosta notevolmente tanto dalla parlata del centro storico, quindi in senso spaziale, quanto da quella del passato, dunque in ottica cronologica, cioè dal romano “classico”.

Il Novecento: un cambiamento passato per gli schermi

Nel Novecento, l’esponenziale crescita urbanistica, economica e commerciale della capitale l’ha resa il fulcro di continui spostamenti da e verso il suo centro, ai quali corrispondono altrettante contaminazioni linguistiche provenienti dal bacino dell’intera nazione e il conseguente impoverimento del nucleo originario e caratteristico del colorito romanesco papalino. Un ruolo fondamentale nella modifica e nell’aggiornamento del romanesco l’hanno giocata i media: la diffusione di programmi televisivi su larga scala, a partire degli anni Cinquanta, ha definitivamente contribuito a cambiare il vecchio linguaggio della Roma rionale tramutandolo in un “neodialetto”, quello che ancora oggi sentiamo parlare ai romani seduti all’ombra dei platani del lungotevere.

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