Il papa "parolacciaro" e l'uso della parolaccia nel romanesco | Roma.Com

Il papa “parolacciaro” e l’uso della parolaccia nel romanesco

Il dialetto romano è pieno di espressioni colorite, all’apparenza offensive e, in realtà, rivolte a terzi con altri intenti. Quante volte, ad esempio, avete sentito la frase “a lì mortaccì tua – seguita da qualche soprannome, tipo – “pertiché”, da quant’è che nun se beccamo!”? Ecco, oggi scopriremo quando e come nascono queste tipiche frasi romane e quante sono…

Il romanesco del popolo e non solo…

Una tra le principali caratteristiche, dell’espressione classica vernacolare del dialetto romano, è la quasi assoluta mancanza di inibizioni linguistiche. Il vocabolario romanesco è, in altre parole, estremamente ricco di termini o frasi particolarmente colorite, il cui intento, affatto denigratorio, non c’entra nulla con la loro apparente offensività. Usate liberamente, queste frasi, comunemente ritenute “volgari” o “sconce”, infatti, assumono nel dialetto romanesco vere e proprie caratteristiche contestuali, significati altri e finalità diverse da ciò che, fuori Roma, qualcun altro potrebbe percepire.
Tanto che, se nell’uso della lingua italiana il ricorso al turpiloquio e alla parolaccia è generalmente utilizzato in situazioni specifiche, come valvola di sfogo di aggressività temporanee, a Roma la situazione si inverte e la parolaccia è vissuta come parte integrante di tranquilli dialoghi quotidiani; è percepita come rafforzo di alcuni concetti, diventando addirittura essenziale in certe circostanze alla comprensione stessa, di ciò che si vuol dire. Ogni romano lo sa, fa parte della sua goliardia e del suo tradizionale modo di fare: nessuno s’offenderebbe ad un’esclamazione tipo “ao ma li mortacci tua, sei sparito“!

La parolaccia nel dialetto romano e quer papa parolacciaro

Questa ricchezza di vocaboli e frasi scurrili deriva, verosimilmente, da una tradizione linguistica nata nella Roma papalina. In un’epoca in cui, cioè, il popolano rozzo e incolto non faceva caso alle sue modalità d’espressione, utilizzando parole colorite spontanee, e trascurandone le possibili alternative concettuali. In questo senso, parolacce, bestemmie e sconcezze prescindevano dal loro significato letterale, assumendo invece svariati sensi simbolici, diversi dalla mera offesa, accettati e riconosciuti da ognuno. Da questo panorama, piuttosto pratico del verbale, spiega Zanazzo in “Tradizioni popolari“, non erano esclusi neanche i ranghi più alti della società, ché la parolaccia era democratica, e pure nobili e clero parlavano così. A tal proposito, l’aneddoto di papa Benedetto XIV conosciuto da tutti come “parolacciaro“.

(Fonte: Parolacce)
Per questo motivo, era (ed è) del tutto normale sentire una madre strillare al figlio: “vviè cqua, a fijo de ‘na mignotta!” senza vederla scomporsi più di tanto. L’insulto (o meglio, l’autoinsulto) era un semplice rafforzativo al richiamo, un po’ come l’espressione “ao nun t’ammazza nessuno eh!” oppure “chi nun more se rivede” o ancora “possin’ammazzatte“. Modi di dire normalmente riconosciuti come espressioni di cordialità, più che auguri alla mala salute dell’interlocutore.

Tre consigli per capire se si tratta di un’offesa o no

Infine, lo stesso Giacchino Belli coniò una coloratissima espressione, storpiando e rimodulando la frase latina “requie schiatt’in pace!” . Più che augurare a qualcuno di “schiattare“, ovvero di morire, la locuzione poteva essere utilizzata per mandare qualcuno a quel paese.

(Fonte: Giuseppe Gioacchino Belli 150°)
Certo, se non si è romani è un po’ difficile capire, ma ci sono due o tre accortezze da tenere a mente: la prima, la diversa sonorità, il tono di voce, scherzoso o meno, con cui viene pronunciato il vocabolo; la seconda, come suddetto, il contesto in cui viene pronunciato; e la terza l’eventuale mimica facciale o gestuale della frase. Ad esempio, se siete stati particolarmente geniali, furbetti o l’avete scampata in una certa situazione, un vostro amico romano potrebbe dirvi “ah gran paraculo“, senza voler intendere, con ciò, che siete un “imbroglione” (suo significato opposto). Allo stesso modo, potrebbe esclamarvi da lontano, prima di raggiungervi, a mo’ di saluto “ao ah stronzo! Chi s’arivede“!, senza voler dire che lo siete, “stronzo“.
E tu quante espressioni romane di questo tipo conosci?
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