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Dal 153 a.C. il 1 gennaio era il giorno in cui i consoli romani entravano in carica e ricoprivano il ruolo più importante della vita civile e militare dell’Urbe nel periodo repubblicano e dei primi due secoli dell’Impero
Dal 153 a.C. il 1 gennaio era il giorno in cui i consoli romani entravano in carica. Erano i due magistrati che, eletti ogni anno, esercitavano il supremo potere civile e militare. La magistratura del consolato era la più importante tra le magistrature maggiori della Repubblica romana, la tappa conclusiva del cursus honorum, l’insieme di uffici pubblici che si trovava a compiere l’aspirante politico sia durante il periodo repubblicano, sia nei primi due secoli dell’Impero romano. In ordine sequenziale il giovane si trovava a ricoprire le vesti di tribuno militare, questore, edile, tribuno della plebe, pretore e infine console.
Ogni ufficio aveva un’età minima per l’elezione e un intervallo minimo per ottenere la carica successiva, oltre a leggi che proibivano di reiterare un particolare ufficio. Queste regole cominciarono ad essere alterate e poi ignorate nel corso dell’ultimo secolo della Repubblica quando da un’opportunità di svolgere un servizio a favore della comunità prevalse con il tempo il desiderio di potere.
Un lungo percorso quello del giovane politico che, dopo un primo periodo di addestramento. era reclutato per almeno due anni nell’esercito ai confini del territorio romano per apprenderne la complessa gestione. Svolgevano la funzione di tribuni militari, aiutanti del comandante della legione. Tornati a Roma partiva la vera e propria prima tappa prettamente politica, quella del questore.
I candidati dovevano godere di chiara onorabilità e rispettabilità, degni di rappresentare l’onore di Roma. Erano scelti per la reputazione personale e di quella del loro casato. Per le candidature erano favoriti esponenti delle famiglie più antiche. Ma anche comuni cittadini del popolo, chiamati Homines novi, raggiunsero le più alte cariche, tra questi: Catone, Cicerone, Agrippa e Sallustio. Potevano diventare magistrati solo i maschi, nati liberi e con la cittadinanza romana; erano esclusi invece i Latini delle colonie, i liberti e i peregrini, ovvero gli stranieri residenti a Roma.
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