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La legge romana è stata spesso indifferente nei confronti delle donne, ritenute prive di diritti e libertà di pubblica espressione. La storia però ci racconta di due grandi volti che si sono ribellati a questo sistema tradizionale; Ortensia e Manilia.

Sin dai tempi di Roma antica, le donne non avevano alcun diritto ed erano sotto la costante tutela di un uomo, che poteva essere un padre, un marito o semplicemente un fratello. L’unica categoria di donne che si salvava da questa non voluta dipendenza era quella delle sacerdotesse, note come Vestali, la cui indipendenza era riconosciuta dalla legge.
Tutte le altre donne, fossero esse aristocratiche o prostitute, non potevano godere di diritti e al tempo stesso non potevano partecipare alla vita politica della città. Questo perché agli occhi dell’etica romana erano viste come deboli ed inferiori e come troppo leggere nell’animo per poter avere un diritto di parola. Di conseguenza la legge non sapeva assolutamente come proteggerle. Per questo motivo venivano affidate, sia esse che i loro beni, al controllo degli uomini.
La maggior parte delle donne si lasciava così sottomettere alla tutela maschile; ma la storia romana ci presenta alcuni casi di donne che sono riuscite a difendere sé stesse di fronte alla legge, prendendo così il nome di “avvocate”. Tuttavia questa figura di avvocato donna verrà riconosciuta ufficialmente solo nel 1500.

Ortensia è stata la prima donna a rompere la morale della società romana, che non permetteva alle persone di sesso femminile di poter parlare in pubblico o di esprimere le proprie opinioni sulla legge.
Lei è figlia di Ortensio, avvocato rivale di Cicerone, che divenuto console, permette alla propria figlia di ricevere un’istruzione superiore e di studiare la legge. Tali studi erano permessi solamente ai maschi, quindi Ortensia da questo punto di vista rappresenta già una prima ribellione alla tradizione romana.
Ortensia è stata poi la prima donna ad aver difeso un gruppo di matrone, che si erano affidate a lei in qualità di rappresentante. Il triumvirato aveva richiesto ad oltre 1400 matrone di poter contribuire alle spese militari e di conseguenza erano state pesantemente tassate.
Non sapendo come impedire la tassazione, le matrone avevano chiesto inizialmente aiuto alle mogli dei triumviri, che però non erano riuscite ad aiutarle. Nessun uomo poi secondo quanto raccontato dalla storia, aveva avuto intenzione di rappresentare le matrone davanti alla legge, di conseguenza Ortensia era rimasta l’unica salvezza.
Quest’ultima riuscì ad accedere al foro ed a parlare in pubblico, segnando così un forte punto di rottura dei canoni imposti dalla morale romana.
Preparò poi un coraggioso discorso e lo espose davanti ai triumviri. Ribadì che poiché le donne non potevano avere diritti e cariche civili, al tempo stesso non potevano avere dei doveri e di conseguenza delle tassazioni.
Grazie al suo coraggio, Ortensia, riesce così a vincere una parte della causa salvando oltre 1000 donne dalla tassa, facendo sì che le sue gesta venissero poi riportate nella storia.

Ortensia è quindi una delle pochissime donne avvocato che hanno avuto un posto nella storia romana, ma non è l’unica.
Gli scritti raccontano anche di Afania, una donna considerata “impudentissima” in quanto aveva la mania di attaccar briga in tribunale. Si racconta poi di Manilia, un prostituta romana che in tribunale era riuscita a salvare sé stessa da una condanna, in quanto era stata condannata di aver preso a sassate un uomo.
Senza avvocato, Manilia riuscì a difendere sé stessa, raccontando la verità dei fatti, ovvero che l’uomo che l’aveva accusata, stesse in realtà cercando di entrare con la forza nella sua casa e che questa per proteggersi, gli avesse tirato un sasso in testa.
Grazie al suo coraggio, al suo modo di raccontare, ogni capo di accusa nei confronti della donna vennero respinti, mentre Manilia diventava l’avvocato di sé stessa.

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