Marilù Corradi, la donna che ha inventato la professione del dj | Roma.Com

Marilù Corradi, la donna che ha inventato la professione del dj

Fra i pionieri che inventarono quella che sarebbe diventata una nuova professione, c’era anche una bella ragazza, Marilù Corradi, che mettendo i primi dischi fra Milano e Roma, non sapeva di essere una disc jockey, definizione che doveva ancora essere coniata.

Forse non tutti sanno che la prima generazione dei dj italiani è nata negli anni ‘60 e tu eri fra di loro. Siamo curiosi di scoprire come muovesti i primi passi…

Grazie ad un annuncio sul Corriere Della Sera. Cercavano personale per un nuovo locale a Milano: il Tricheco di viale Monza (molti anni dopo diventato sede di Zelig). Abitavo alla Certosa di Pavia, un po’ distante, ma mi presentai e mi presero. Il giovane proprietario, Mario Norsa, aveva avuto un’idea brillante: aprire un secondo Tricheco in una parte opposta di Milano, avendo un complesso musicale fisso (I Trichechi) ed alternandolo con cantanti o gruppi famosi. Un pullman portava I Trichechi con i loro fans nel locale situato in via Mario dei Fiori mentre nel locale di viale Monza si esibivano i personaggi più famosi. Mise una specie di soppalchino con un giradischi (solo uno!) che serviva per riempire i vuoti degli show. Lo staff, di cui facevo parte, si alternava nei compiti: chi alla biglietteria, chi agli abbonamenti, chi al controllo di sala. Fu l’inizio. Dopo circa due anni, il barman Charly (di Pavia come me, che poi lavorò sia al Number One di Milano che in quello di Roma, oltre che al Jackie ‘O), mi propose di presentarmi ad un colloquio per un nuovo locale che si stava aprendo: si trattava proprio del Number One. Allora a Milano non esistevano ancora le discoteche, i locali di moda erano il Bang Bang e lo stesso Tricheco oltre al Derby. Mi presentai; colloquio con il direttore Walter (che anni dopo aprì il Nephenta): superato. Colloquio con l’amministratrice, la severissima Zia Lella: superato. Rimaneva solo quello con il proprietario, che io non avevo mai sentito nominare: Beppe Piroddi. Quando lo vidi a momenti svenni: era l’uomo più bello mai visto!!! Mi fece molte domande di cui non ricordo nulla (ero imbambolata) ma una sì la rammento: “Conosci il disco “The Horse”?» Risposi di sì e allora mi chiese dove mai lo avessi ascoltato, e io «alla radio!» …risposta sbagliata. Allora, eravamo nel ‘69, non c’erano dischi di importazione, lui mi rispose tranquillo che era il disco di maggior successo a St. Tropez  (là, lui e Gigi Rizzi avevano un locale, L’Esquinade).
Iniziai comunque a lavorare affidandomi a un tutor, Teo Teocoli. I proprietari del Number One di Milano erano Piroddi e Rizzi, circa cinque anni più vecchi di me. Abitavano al terzo piano, sopra il locale: casa e bottega! Gigi Rizzi era molto giocoso, di lavoro parlavo solo con il socio. Fu l’unico proprietario ad aumentarmi lo stipendio di sua iniziativa. In seguito lavorai con loro al Number One di Roma e in quello di Porto Cervo. Il locale di Milano durò solo due anni perché rifiutarono di pagare il pizzo e qualcuno mise una bomba, idem quello della Capitale, che fu chiuso per un po’ di droga trovata in bagno a seguito della soffiata di un noto personaggio che poi finì in prigione. Il più longevo fu quello di Porto Cervo. Successivamente lavorai al Number One di Roma anche quando riaprì con nuovi proprietari.  Per Piroddi tornai al lavorare a Milano al Cafè Roma . Mi disse «Solo per 1 o 2 mesi finché non trovo un dj stabile». Io ero restia a lasciare Roma, ma a lui non potevo dire di no. Lavorai lì per 6 mesi, non gli andava bene nessun dj, anche quelli famosi inviati dalla sua amica Regine di Parigi. Il direttore era Lello Liguori, poi diventato gestore del bellissimo Covo di Nord Est (dove feci delle serate). Vidi concerti memorabili.

Dopo il debutto a Milano, eccoti subito a Roma. Correvano gli anni ‘70 ed ancora dovevate inventare la tecnica di mixare i vinili. Come funzionava la tua serata tipo sui giradischi della Capitale?

Dopo la chiusura del Number One lavorai a Parma, dove aprii la prima discoteca, il Canadian assieme a Tonino Verrastro (ex musicista dei Trichechi diventato disc jockey), e poi passai due stagioni estive al Drago di Lignano Sabbiadoro, in cui mi alternavo con le orchestre; un anno furono “Toto e i Tati” (ovvero Toto Cotugno) e un anno l’orchestra di Augusto Martelli. Finalmente a Roma, prima di approdare al Number One, lavorai al Kinky, con la gestione Massimo Bernardi e la direzione di Mr. Franz. Lavoravamo senza cuffie cercando di centrare i solchi (di pomeriggio facevamo prove su prove) fin quando ci convocò Renzo Arbore  (eravamo diventati oramai 5 o 6 a fare questo mestiere) che all’Hilton ci fece finalmente assegnare il titolo di disc jockey (allora sui libretti di lavoro eravamo segnati come impiegati o orchestrali)

Mettevi vinili a 33 e 45 giri praticamente senza cuffia: più che la tecnica sul mixer era importante il fiuto per la pista. Come sceglievi la musica, dove la compravi e come ti aggiornavi?

Al Number One ero fortunata perché i proprietari facevano spesso la spesa a Londra, in Brasile o in Francia, e mi aggiornavano continuamente con i dischi. Da Milano una volta al mese andavo a Lugano dove c’era un negozio fornitissimo, poi avevo anche un abbonamento con un negozio di Marsiglia che mi spediva le ultime novità di New York, in più un abbonamento con BillBoard e lì sceglievo a naso. A Roma invece c’era uno steward famosissimo per noi dj, che importava di tutto.

Così amata dal tuo pubblico, possiamo considerarti anche fra chi ha inventato il ruolo di PR nelle disco: conoscevi il mondo ed il mondo veniva a cercarti ogni notte. Raccontaci la tua Roma di allora…

Un ruolo nato per caso:  dopo 11 anni a mettere dischi mi sentivo un po’ demotivata. I colleghi dell’estate in Sardegna, quelli che lavoravano alla Cabala, mi dissero che funzionavano il piano bar e il ristorante ma non la discoteca. Perché non fare la PR e cercare di portare lì molte delle persone che avevo conosciuto e frequentato in Sardegna? Così feci e mi avvalsi anche di aiutanti, poi diventati molto conosciuti, tra cui Fabrizio Rocca, Massimo Mancini, Maurizio Mincarelli e Alessandro Civitella.

L’inverno a Roma e poi c’era l’inizio estate a Fregene, ed anche lì sei stata protagonista. Cosa ti è rimasto impresso di quei locali in riva al Tirreno laziale?

Dopo cinque anni alla Cabala passai prima all’Atmosphere (uno dei gestori era Gil Cagné che in seguito aprì il Jackie O’) e poi al Bella Blu a Roma e nel nuovo Bella Blu di Porto Cervo Marina d’estate. In quel periodo a Roma si registrava Drive In ed ebbi modo di diventare amica dei protagonisti, allora semisconosciuti. Quasi tutte le sere, finito il loro lavoro, venivano al Bella Blu. Tra la stagione invernale della Capitale e quella estiva della Sardegna, passavo un mese organizzando serate a Fregene al Tirreno (dj Faber Cucchetti) o al Club 84 di Roma, dove la P.R. ufficiale era Marina Lante Della Rovere. Lei portava i vari Moravia, ed io calciatori, allenatori, cantanti e attori.

In realtà non sono stata una protagonista delle notti romane di Fregene, lavoravo lì nell’intervallo tra la fine della stagione romana e l’inizio di quella a Porto Cervo. Però mi è rimasta impressa, senza piaggeria, la musica e la tecnica di Faber Cucchetti, allora già famosissimo anche perché lavorava in radio ed era seguitissimo. Ho organizzato diverse feste, sempre con i miei amati “aiutanti”, spesso con la partecipazione dell’amico di sempre Stefano Mainetti (marito di Elena Sofia Ricci) e del regista americano Richard SerafianTony Santagata era sempre presente. I calciatori venivano ma non volevano pubblicità, specialmente quelli della Lazio. Malgrado tutto però ai fotografi una volta non sfuggirono Renato Miele e Arcadio Spinozzi.

Un mestiere coniugato quasi sempre al maschile. Oltre la tua bellezza, cosa ti differenziava dagli altri DJ dell’epoca?

Davvero, non mi sono mai considerata bella, per me bella era un’altra dj, Claudia Longhino! Quando ho iniziato a Porto Cervo, negli anni veramente d’oro della Costa Smeralda, le dj erano soprattutto donne, come al Baja Sardinia o all’Hotel Cervo, ma anche al Number One e al Sottovento. Posso dire che i maschi arrivarono dopo di me, anche a Milano (questione di età).

Nella tua collezione musicale, a quali brani e gruppi sei rimasta più affezionata?

Nessuno in particolare, ho regalato tutti i miei dischi a un disc jockey che iniziava la carriera e qualcuno ad un altro dj famoso (non faccio nomi). Sono rimasta più legata al ricordo di alcuni colleghi e soprattutto a proprietari di locali. Ad esempio Luis Nasali Rocca, Beppe Piroddi, Nicola Giudice, Gill Cagné e Alessandro Basile.

Roma è grande ma viaggiare era fra le tue passioni. Prima di tutto quelle clamorose estati in Sardegna, sotto i flash del jet set internazionale dove hai conosciuto personaggi leggendari. Qualche aneddoto?

In Sardegna l’Aga Khan aveva appena fondato la Costa Smeralda, solo tre chilometri ma pieni fascino (il resto, nato dopo, non è Costa Smeralda!!!). Lì davanti alla mia consolle ho visto le barche più belle, ed in pista sono passati dei personaggi incredibili, internazionali e non. L’Aga Khan guidava su e giù con una Volkswagen senza scorta, dico solo questo! Quando nacque il Porto Nuovo e aprì il Bellablù, lavorai per Nasalli Rocca che era già stato mio direttore allo Scorpio di Piroddi (ex Number One). E naturalmente poi anche al Bellablù di Roma.
Alla Cabala ho visto una tavolata con Liz Taylor, Aristotele Onassis e la moglie di Ted Kennedy, accompagnata però dal cognato, l’attore Peter Lawford. Al ristorante della Cabala, Hosteria dell’OrsoRoger Moore cheek to cheek con Liza Minelli. Un’altra sera alla Cabala una marchesa molto mondana arrivò con il suo amore del momento e spruzzò di blu con una bomboletta un conte che ballava in pista con sua moglie: aveva osato sfrattarla dalla casa in pieno centro dove abitava gratuitamente. Roba da nobili… La marchesa di prima una sera cercò di centrare con un puff l’incolpevole direttore del Club 84Pietro Delise, perché era stata licenziata dal proprietario! A sostituirla fui chiamata io. Nel locale ad assistere alla scena c‘erano, tra gli altri, Giorgio Chinaglia con altri calciatori laziali e il loro allenatore Gianni Di Marzio. Il puff finì fortunatamente fuori traiettoria tra le risate generale e lei uscì più che arrabbiata. Un’altra volta al Bellablù mandò una rosa rossa a Miguel Bosè, ma lui gliela rimandò indietro. Affronto! Al Blu Bar della Cabala sono passati tutti i politici della prima Repubblica, perfino Andreotti e Prodi, decisamente non mondani quanto lo furono Altissimo e De Michelis. Quando lavoravo al Bellablù a Roma si girava Drive in. Gli attori erano allora semisconosciuti ai più, ma io li avevo già conosciuti a Milano, dove il cabaret era di moda. Finite le riprese venivano spesso a mangiare qualcosa e poi a farsi qualche cantatina al piano bar o a fare amicizia. Ricordo che Ezio Greggio, a cui piace molto il calcio e gioca ancora in una sua squadra, si faceva passare con le ragazze per calciatore di riserva del Milan. Se qualche mia amica faceva una semplice festicciola in casa, lui aderiva sempre e ci faceva sbellicare. Dava soprannomi a tutti. La mia amica Caterina Rulli la chiamava Caterina Catenacci. Di quel gruppo, poi diventato famosissimo, il più fedele è rimasto Enrico Beruschi. Devo dire però che l’unico vero nobile che ho conosciuto rimane Carlo Giovanelli! Avevo anche un’amica principessina, lei sì sempre divertente e mai sopra le righe, Sveva Altieri. Veniva con me anche allo stadio e ci divertivamo molto, oppure in circuito a vedere correre Giovanna Amati.
Una sera mi telefonò Mimmo Cavicchia della Taverna Flavia, dicendo che al Privè (il locale di via della Penna, praticamente a Piazza del Popolo) mi avrebbe mandato Michael Douglas con una bionda, raccomandando di non chiamare i fotografi. Aspetta, aspetta… Niente! Aveva sbagliato locale ed era andato di fronte, all’Incontro! La guardarobiera, che non se lo aspettava, dopo che lui si è accomodato è andata a casa a cambiarsi! Ho saputo tutto il giorno dopo. Ma non solo nei locali se ne vedevano delle belle: al Residence Roccaporena abitavano molti personaggi famosi o intenzionati a diventarlo. Ci abitava anche Renato Zero, tanto amato che all’insegna della via era stato aggiunto con lo spray “to, diventando via Roccaporenato. Sotto il residence sostavano sempre i sorcini in attesa di veder comparire il loro profeta. Per un breve periodo andò ad abitare lì anche Miguel Bosè e quindi la zona si riempì di altri ammiratori adoranti. Vi lascio immaginare il seguito delle dispute tra i due gruppi! Nello stesso residence (conoscevo varie giovani attrici che frequentavano i locali, anche Serena Grandi oltre al mitico Walter Chiari, quando era a Roma) abitava anche Francesca Dellera che riceveva splendidi mazzi di fiori con allegato un gioiello di Eleuteri (mica noccioline) dal suo famosissimo amore, che fortunatamente lavorava a Milano. La lasciò quando l’incauta fu fotografata mentre entrava al Much More con l’affascinante Yannick Noah. Lei in seguito non a caso si trasferì a Parigi.

Una sera a Roma Gino Paoli canta all’84 mentre Franco Califano era al 13 in via Marche. Califano strappa il contratto prima del previsto, litigando col proprietario. Lo racconta a Gino Paoli. Gino Paoli – siamo amici – la racconta a me, io lo dico a Lorenzo di Giampaolo, titolare del Number One a quell’epoca. Ci pensa un attimo e rilancia: «Facciamoli cantare qua e facciamo una sorpresa ai nostri clienti!». Detto fatto, sono venuti ed hanno creato uno spettacolo, cantando una canzone per uno a tema, pescando nel loro repertorio. Per esempio: io ho un pezzo su un poeta e tu pure, lo canto prima io e poi te. Sono venuti i musicisti di Paoli nel pomeriggio a mettere su gli strumenti, hanno provato la sera i clienti che hanno trovato in più questa cosa straordinaria.

 

E poi arrivederci Italia per traslocare su varie isole tropicali. Come ci sei arrivata? Siamo curiosi di scoprire le tue peripezie lontana da Roma.

Ogni anno mi ritagliavo un mese per andare in Somalia a trovare mio zio, che nel frattempo aveva sfornato due figlie (sai com’è…). Folgorata dall’Africa, con Alitalia ci si poteva fermare qualche giorno in qualche tappa dove faceva scalo per poi riprendere il volo. Una volta sostai a Nairobi e fu amore. Ne parlavo con tutti, specialmente con il mio amico e collega dj Enzo Barbieri, che decise di fare un viaggio in Kenya con la sua fidanzata di allora. Tornato, decise di andare a vivere là, sul mare. Nascevano i primi villaggi turistici a Malindi: subito trovò lavoro e mi convocò. Non mi lasciai scappare l’occasione di visitare Malindi, mi offrirono un lavoro ma io a Roma ero al Privé ed avevo una casa. Poi però dopo sei mesi con mia sorpresa mi telefonò quello che divenne il mio capo per anni, Marco Vancini (che poi sarebbe diventato il console onorario). Sistemai tutto e partii. Con lui ho imparato il mestiere, prima da assistant manager e poi da manager, aprendo quasi tutti i suoi alberghi sia a Malindi che a Lamu. Ogni tanto mi prendevo qualche pausa, ed andavo a lavorare con dei tour operator, come I Viaggi del Ventaglio o Club Vacanze a Zanzibar, alle Seychelles e a Porto Paros in Grecia. In vacanza ho visitato altri posti: Marsa Matrouh, Suez, Ismailia, Marocco quasi tutto, Senegal, Dubai. Poi America da una costa all’altra, ma mi manca moltissimo da vedere nel mondo e temo che non riuscirò.

Una vita straordinaria la tua. Perché nel frattempo non hai ancora scritto un libro per raccontarci tutto?

Davvero non è una vita straordinaria e ci sono già molti libri scritti da dj. Io poi sono smemorata. Invece, suggerisco sempre di scrivere un libro a Claudio Casalini ed a Pietro Delise.

 

 

Faber Chucchetti

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