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Niente “popo de meno” che rivale di Canova ed esponente di spicco del neoclassicismo, Bertel Thorvaldsen visse talmente tanto a Roma da farne la sua patria adottiva. Cosa lascò Roma all’artista e cosa l’artista amò particolarmente della nostra città?
Se ci chiedessero di riassumere la vita di Bertel Thorvaldsen in pochissime righe diremmo solo: “nacque e morì a Copenhagen, ma per il resto fu Roma la sua vera casa“. Perché, sebbene danese d’origine, questo sculture neoclassico operò principalmente in un’unica, insostituibile città: la nostra. E, sebbene la sua fama fra i contemporanei dell’epoca, fu grandissima e pari a quella del suo acerrimo nemico Canova, oggi poco si sa su questo artista, purtroppo riconosciuto dalla critica nel suo valore puramente culturale.

(Fonte: Urloweb)
Ma chi era? E per quale motivo intraprese il suo viaggio verso la capitale?
L’8 marzo del 1797 finalmente Thorvaldsen mise piede a Roma, profittando di una borsa di studio di cui era stato insignito qualche anno prima e che non aveva potuto sfruttare a tempo debito per via dei molti lavori commissionatigli altrove. Pensate che, quello che oggi è per noi il giorno dedicato alle donne, da lui fu sempre riconosciuto e festeggiato come il suo “compleanno romano”. Tanto amava la città che cominciò persino a farsi chiamare Alberto!
Roma apparì sempre agli occhi di Thorvaldsen come un’inestimabile opportunità. Non a caso, è a Roma che, l’autore della scultura bronzea di Niccolò Copernico sita all’Università di Varsavia, nonché professore all’Accademia di belle arti danese, ebbe occasione di incontrare grandi maestri e, tra loro, il suo mentore, l’archeologo Jörgen Zoega, che lo aiutò nello studio dell’antichità classica. Poco tempo dopo esser arrivato a Roma, l’artista non ebbe dubbi ad inaugurare qui il suo primo studio: in via del Babuino 119, all’interno di quello che era stato poco prima l’atelier dello scultore inglese John Flaxman.
Insomma, nonostante la scadenza della borsa, la proroga, il periodo di magra che visse e le varie vicissitudini, Thorvaldsen trovò sempre il modo di restare nella sua amata città. Se non altro, fu sempre fortunato negli incontri tutte le volte che era in procinto di ripartire. Così, non solo divenne membro della prestigiosa Accademia di San Luca di Roma, ma ne fu presidente negli anni 1827 e 1828.
Fu talmente apprezzato a Roma, da meritare persino il corteggiamento da parte di alcuni fra i più importanti esponenti del Vaticano. “Perché meritare?“, vi chiederete. Ebbene, Thorvaldsen era un protestante convinto, ma nonostante questo riuscì a non passare inosservato a papa Pio VII che, contro ogni aspettativa e dimostrando una certa apertura mentale al di là della fede (molto moderna, per il periodo), decise di affidargli addirittura il compito di eseguire una scultura che, dal 1830, si trova nella Cappella Clementina della Basilica di San Pietro.

(Fonte: Artepiù)
Insomma, Thorvaldsen lasciò poche volte Roma, ma con l’intento di tornarci sempre. Lo fece anche alla fine, nel 1841, a tre anni dalla sua morte. Chissà se, sapendo in anticipo il giorno della sua dipartita, sarebbe rimasto ancora una volta a Roma.
In ogni caso, Roma ha dedicato a questo incredibile scultore piazza Thorvaldsen, a ridosso di Villa Borghese, luogo simbolo della cultura artistica della città circondato da numerose Accademie; e l’importante linea tranviaria numero 3 che attraversa per intero la nostra capitale e porta il nome di Stazione Ostiense – Thorvaldsen.
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