Andrea Torre, il debutto a 12 anni e la Rai con quel comico toscano


Faber Cucchetti intervista Andrea Torre, dj storico delle radio romane e delle discoteche dove impazza la musica house.

 

Partiamo dal debutto al microfono: avevi solo 12 anni. Devi raccontarcelo come fosse oggi, con dovizia di particolari…

Ero un bimbo cresciuto con Radio Montecarlo, SupersonicAlto Gradimento, Hit Parade con Lelio Luttazzi, ma anche la radio della base delle Forze Alleate a Gaeta. Trasferito a 5 anni con la famiglia in provincia di Roma, nella campagna di Velletri, conoscevo il mondo attraverso questo strumento che, al pari del disco che gira sul piatto, aveva su di me un effetto ipnotico. Il mio papà aveva acquistato un giradischi Thorens TD 160 e una piastra Akai orizzontale con regolazione dei volumi a cursore. Sul canale sinistro mettevo la voce, sul destro la musica, registravo tutto e poi ascoltando in mono uscivano le mie prime demo casalinghe. Il mio anno zero è il 1976: una insegnante delle scuole medie mi disse che sua cognata era la proprietaria di Radio Delta Velletri e organizzò la visita nel paese dei balocchi. La mia prima mentore, Orietta Trivelloni (scomparsa recentemente, purtroppo) conduceva il programma delle dediche; a quei tempi la familiarità con la lingua inglese era ai minimi termini e così, ascoltandola pronunciare in maniera improbabile Heaven Must Be Missing an Angel dei Tavares, il bambino saputello Andrea si permise di correggerla. Lei lo guardò e disse: “Ammazza, bravo! Ti andrebbe di presentare un programma di musica da discoteca?” Ecco, iniziò letteralmente così, il piccolo Andrea al microfono con la voce di Topo Gigio.

Come hai fatto poi – comunque molto giovane – a balzare addirittura alla conduzione nei palinsesti dei due principali canali RAI?

Negli anni ero passato da Radio DeltaRadio Monte Artemisio; nel 1983 iniziai a costruire con mia moglie Antonella la nostra scuderia di figli e mi dovetti trasferire a Roma. Dal 1985 al 1988 mi affidarono la conduzione e la direzione artistica di Radio IN 101, poi l’emittente venne ceduta e iniziai a distribuire nelle radio i miei provini, RAI compresa. Per sbarcare il lunario avevo iniziato a lavorare in un centro di fotocopie, quando un giorno mi telefonò mia moglie dicendomi che aveva chiamato la segreteria di Maurizio Riganti (Direttore di Rai Stereo Due), voleva vedermi subito. Antonella mi portò vestito, cravatta e mocassini e mi presentai a Viale Mazzini. Iniziò lì il capitolo RAI. Tutte le sere con la mia amica Myriam Fecchi, Donatella Milani e un giovane comico toscano in cerca di fortuna nella Capitale, tale Giorgio Panariello. Quella fascia era stata improntata sulla dance, facemmo belle cose, compreso un programma live dal Krypton di Roma, Stereo Due Party, con la presenza dei gruppi più quotati di quegli anni: dagli SNAP ai Twenty Four 7, passando per i Beats International di Norman Cook che oggi il mondo conosce con il nome di Fatboy Slim.

 

Come è stato poi, dopo i primi successi, occuparti di radio locali organizzandone ogni dettaglio senza poter pensare solo al tuo spazio?

I contratti in RAI duravano quattro mesi, era inevitabile trovare case radiofoniche per i restanti otto. Nel 1990 la mia casa fu Radio Centro Suono. Avevo già fatto direzione artistica a Radio IN 101, credo, anzi temo, di avere una predisposizione per il ruolo. Mi ci ritrovo catapultato dentro ogni volta, forse per un mix di empatia e passione che fa parte della mia indole. Dedizione per ogni singolo aspetto, a partire da quello tecnico, imprescindibile in questo tipo di attività; poi ho sempre ritenuto naturale mettermi a disposizione, credo sia il mio più grande difetto caratteriale.

 

Il dualismo dj in radio e dj in discoteca. Quali erano le differenze fra i due ruoli nei primi anni della tua carriera?

Fino al 1990, mentre non avevo mai smesso di parlare al microfono, la discoteca era stata un impegno sporadico. Feste di amici, qualche locale della provincia di Latina, stagioni estive al Mariroc e al Nordest di Ponza. Ma all’inizio di quel decennio fantastico le sirene della musica underground avevano iniziato a volteggiarmi intorno. Nel periodo in cui la Techno dominava la scena, io improntai il mio programma a Centro Suono sull’House, con particolare attenzione alla Deep House… Era un mondo nuovo, piacque subito e molto, così iniziarono a chiamarmi e da lì non mi fermai più. Solo oggi mi rendo conto del segno lasciato dal nostro gruppo in quegli anni, fu un grande momento di divulgazione.

 

A quali personaggi ti sei ispirato per diventare professionista al microfono e nei locali? Della loro eredità cosa ritieni ancora valido tutt’oggi, dopo oltre quarant’anni di esperienze?

Uuuh! Lista lunghissima per quanto concerne la radio. Dai mitici Paolo Testa, Antonio De Robertis, Gigi Marziali di Supersonic, a Robertino Arnaldi e Awana Gana a Radio Montecarlo, a mio fratello Daniele Vellani a Radio Latina 1, a Clelia Bendandi a Radio Elle, per non dire Teo Bellia, Silvio Piccino e Luciana Biondi a Radio EMME 100 Stereo, non ultimo Faber Cucchetti (you know him?) a Radio Dimensione Suono. Ascoltavo tutti in silenzio, li studiavo, ho preso qualcosa da ognuno di loro e alla fine mi sono trovato a lavorarci insieme. Indescrivibile cosa si possa provare oggi, guardando tutti questi sviluppi a 44 anni di distanza da quel lontano 1976. Ma per l’imprinting in discoteca, da amante del soul e della musica americana, posso fare un solo, unico nome: Marco Trani.

 

Le mode musicali sono cambiate numerose volte dal tuo debutto. A quali brani, fra quelli che hanno siglato i mutamenti più importanti, sei particolarmente legato?

Anni ’70  tutto il Sound of Philadelphia. Anni ’80 (proprio grazie alla fantastica divulgazione di Trani) I need your lovin’ di Teena Marie (che lui cambiava con Give me the night di George Benson in entrata e I’ve heard it in a love song di Mc Fadden & Whitehead in uscita) e tutte le produzioni Solar.

Primi anni ’90 un pezzo che rappresentò la mia illuminazione sulla strada dell’house: Burn the house down di The Menz Club. Poi due pezzi che meglio di tutti possono rappresentare la mia fase delle “nuvole” deep houseBlack & White di Bobby Konders e I’ll say a prayer for you degli Equation.

 

Sei un gemelli. Descrivi i lati migliori ed eventualmente i peggiori della tua personalità.

Sono particolarmente dedito all’ascolto, molto disponibile e diretto; e questi sono i difetti. Il pregio più grande mi viene fornito dalla dualità del mio segno zodiacale. Mi accorgo sempre quando qualcuno sta approfittando della mia disponibilità, ma fingo di nulla e lascio fare, in attesa di eventuali ravvedimenti. Se continua a comportarsi in modo scorretto, entra in gioco la mia doppia personalità e, mantenendo sorriso e gentilezza, vado a privare il parassita di turno di tutti i benefit che aveva ottenuto dalla nostra relazione.

 

Hai lavorato con profitto mixando prima con i vinili e poi con le nuove tecnologie, passando dall’analogico al digitale…

Credo di avere acquistato uno dei primi cd a Roma, perché ai tempi la grana girava e la tecnologia mi ha sempre affascinato. Ma devo dirti una cosa: sebbene mi sia innamorato da bambino del disco che gira sul piatto, dopo tante serate il peso delle valigie piene di vinili è stato determinante nella scelta della praticità degli strumenti tecnologici. Oggi, nelle pochissime performance che mi regalo, dato che ho appeso le cuffie al chiodo, uso orgogliosamente solo Traktor.

 

Cosa determina oggi il successo di un disc jockey? Analizziamo le differenze fra i maestri della tua generazione, che iniziavano ad uscire dall’ambito regionale, e quella odierna degli artisti milionari che viaggiano nelle discoteche mondiali.

Difficile evitare di dire le solite banalità. Ovvio: prima c’era la gavetta. I dischi te li dovevi comprare, il dj aveva il compito reale di fare una selezione conoscendo molto bene la musica, con l’obiettivo primario di non svuotare la pista, senza troppo moine, a meno che non ti chiamassi Enzo Persuader, un vero fuoriclasse. Ovviamente la tecnologia ha contribuito a cambiare tutti i parametri, ma mai come il marketing, che ha disintegrato l’elemento “qualità”.

La realtà è che la nostra generazione è stata fortunata dal punto di vista anagrafico, punto. Fossimo nati oggi non saremmo differenti dai millennial. Alcuni di noi hanno saputo attraversare le ere geologiche della musica e ancora oggi si difendono molto bene. Sono pochi, ma il merito gli va riconosciuto. Ecco, vorrei un mondo senza la prosopopea di frasi come “quanto eravamo belli” e “quanto eravamo bravi”. Noi eravamo figli di altre epoche e siamo stati molto fortunati, lo ripeto, anagraficamente. Mettersi le stellette sulla giacca da soli, anche basta. Non è un merito nascere nel periodo giusto. O in quello sbagliato.

 

A quali locali di Roma e dintorni sei più legato?

Inevitabilmente il Wonna di via Cassia per la nascita e lo sviluppo del movimento Deep House romano, oltre al Club 69 di Civita Castellana, insieme ai soci Maurizio Pallini e Alessandro Marini. A metà degli anni ’90, Roma divenne la capitale del movimento House nazionale.

 

Quali sono stati gli episodi salienti della tua carriera radiofonica? Chi o cosa ti ha entusiasmato e cosa avresti voluto fare meglio?

Sicuramente gli incontri con i miei editori: Orietta di Radio Delta, il mitico Antonio Valentini di Radio IN 101Maurizio Riganti di RAI Stereo DueAnnamaria Albanesi e Luigi Balducci di Radio Centro Suono e Bruno Benvenuti di Radio Globo. Nei primi anni 2000 provai anch’io a fare l’imprenditore e ho capito quanto il loro sia un lavoro facilissimo da giudicare ma immensamente difficile da condurre.

Grande voce la tua, non manchi di esperienza e personalità, eppure dopo la RAI non hai potuto disporre con continuità di un pubblico nazionale. Cos’è successo prima che ritrovassi il successo con Radio Globo?

Erano gli anni in cui tentai la carriera imprenditoriale, forte dei successi artistici di quel periodo. Insieme al mio amico e socio Alessandro Marini diedi vita al progetto Club Dance Radio, formando anche una discreta squadra. C’era anche un tale Faber Cucchetti… Non avevamo una frequenza nostra, ci appoggiavamo in affitto su frequenze di altri editori. Abbiamo dato quasi tutta la nostra attenzione all’aspetto artistico, quindi, potevamo avere vita lunga? Non sono pentito di quanto fatto, anche se le conseguenze di quello schiaffo economico e finanziario le continuo a pagare tutt’oggi.

Il giorno zero della mia nuova vita fu in estate. Venne a trovarmi Manuel De Vella mentre ero in diretta dal secondo cancello di Ostia. Ogni santo giorno mi arrampicavo sulla torretta di salvataggio e montavo da solo lo studio radiofonico esterno, per poi andare in diretta quattro ore tutti i pomeriggi, sotto il sole che picchiava. Ero il mio tecnico, il mio fonico e il mio speaker. Manuel salì in torretta e mi disse: “Tu non puoi continuare a fare questa vita. Ti porto da un vero editore”. Meno di 24 ore dopo, ero nell’ufficio di Bruno Benvenuti.

 

Il gruppo editoriale del quale oggi sei un dirigente, è arrivato al successo infrangendo l’egemonia romana di un altro storico gruppo radiofonico. Come ci siete riusciti?

Radio Globo ho capito che la strada giusta era ricominciare da zero. In tanti anni di carriera, quel formato radiofonico non l’avevo mai approfondito. Globo è stata per molti anni l’antitesi di Centro Suono: commerciale contro underground. Noi fighetti dell’house disdegnavamo il mondo commercial, eravamo fieri di essere gli unici a suonare un disco; appena lo sentivamo girare sulla playlist di Radio Deejay lo cancellavamo dalla nostra programmazione.

Però quel format, dall’altra metà del fiume artistico, mi aveva sempre affascinato: flusso stretto, clock rigoroso, imaging americano. Capivo che dietro c’era uno studio profondo delle architetture della messa in onda. E capii che era il momento di imparare queste cose belle. All’underground avevo dimostrato abbastanza quello di cui ero capace, e non dimentichiamo che in tutte le mie peripezie artistiche ho sempre accudito una famiglia di cinque persone, con moglie e tre figli. Loro non mi hanno mai fatto pesare le scelte scellerate, stimolandomi anzi ogni volta a intraprendere nuove sfide. Loro sono la vera fortuna della mia esistenza.

 

Direttore dei programmi in una grande radio capitolina: come si sviluppa la tua giornata tipo?

Inizio la mattina alle 6, appena sveglio metto le cuffie e inizio l’ascolto del Morning Show di Radio Globo, fino alle 10. Nel frattempo arrivo in radio e faccio il check giornaliero con tutti i collaboratori, dalle situazioni in corso ai progetti da seguire. Chi è venuto a trovarmi a Globo sa che il mio ufficio è tutta la radio, salto da uno studio all’altro. Ogni tanto faccio un check veloce con gli editori: il mio compito è anche evitare che i problemi bussino alla loro porta. Loro pensano a guidare l’azienda, le beghe tecniche ed artistiche riusciamo a risolverle anche grazie al nostro direttore tecnico, Alessandro Battisti.

 

Devi guidare due palinsesti differenti. Come scegli il cast dei collaboratori, fra chi va in voce e chi collabora non solo tecnicamente dietro le quinte?

A Radio Globo e a M100 facciamo autoregia: ai nostri speaker è richiesta la capacità di utilizzo di mixer, software di messa in onda e di editor per i montaggi. I “tecnici”, da noi, sono veri e propri producer. Con le loro competenze su programmi di montaggio audio professionale, garantiscono la presenza e l’aggiornamento quotidiano in onda delle nostre produzioni interne, autentica pietra angolare e principale motivo d’orgoglio del format di Radio Globo. In tal senso ci tengo a nominare un gigante che lavora con noi sin dagli albori, un genio e un talento capace di perfezionare la sua tecnica a tal punto da essere considerato, oggi, tra i più importanti producer radiofonici di tutto il pianeta: il mio caro amico Lucio Scarpa. Per la scelta delle voci, posso dire questo: uno speaker deve essere in grado di interpretare il nostro concetto di flusso rigoroso. Da uno speaker vogliamo la capacità di dire cose sensate in 10, massimo 20 secondi. Sembra facile, ma ti assicuro che dopo aver ascoltato centinaia di provini, gli speaker italiani in grado di farlo li conto sulle dita.

 

I giovani sono molto creativi in rete, su TikTok per esempio se ne sentono e vedono di interessanti (non solo in playback). Come gestite la concorrenza con i nuovi media? Che fascino ha ancora la radio?

La radio ha perso di interesse tra le nuove generazioni. Loro corrono veloci, aggiornano i loro gusti di continuo. I nuovi media mettono a disposizione un’infinità di contenuti, di musiche, di artisti e consentono a chiunque di crearsi il proprio pubblico. Perché perdere tempo con provini, affiancamenti, gavetta, quando si può creare il proprio media usando solo il telefono? Una radio però non può cambiare continuamente format, non funzionerebbe mai, perderebbe i dati d’ascolto; per sopravvivere perciò, deve necessariamente aprirsi ai nuovi media mantenendo intatta la casa madre e allo stesso tempo impiegare il marchio su iniziative parallele, che integrino il visual al mero aspetto musicale.

Che progetti professionali hai per l’inverno che si avvicina, fra radio in continua competizione e locali che apriranno con possibili limitazioni?

Questo sarà un anno di transizione, tutte le aziende del mondo stanno soffrendo; il virus ha praticamente congelato lo status quo. Non resteremo con le mani in mano, ma le mosse dovranno essere studiate a fondo, perché è venuto a mancare il margine di manovra che avevamo prima del 2020. Personalmente so che con due emittenti, quindi due palinsesti e due interi staff da gestire, non mi annoierò nemmeno questa stagione!

 

Non fare il modesto, meriti una statua fra i grandi romani di radio e discoteca: come vorresti essere rappresentato?

Ahahah! No, grazie: le statue soffrono di iconoclastia. Alle manie di grandezza materiale, ho sempre preferito lasciare bei ricordi. Quelli nessuno potrà buttarli giù.