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A fine ‘800 uno degli argomenti più forti e più sostanziosi su cui discutere nei bar, nei salotti o nelle piazze era proprio la musica, soprattutto legata all’opera e al teatro. I due giganti che si rivaleggiavano erano l’italiano Verdi e il teutonico Wagner, esponenti di due modi di comporre musica differenti. Vediamo i rapporti del compositore tedesco con l’Italia e con Roma.
Se foste stati delle donne o degli uomini dell’800, probabilmente nelle piazze, nei bar, nei luoghi d’incontro, per strada o nei salotti non avreste mai sentito parlare e a volte discutere animatamente due persone su argomenti del tipo Lazio o Roma, sinistra o destra, carbonara o amatriciana, no. In quegli anni a tenere banco nei discorsi di tutte le fasce sociali erano le opere, le musiche e le parole delle composizioni teatrali di Verdi o Wagner. Questi due uomini avevano praticamente monopolizzato qualsiasi discorso sulla cultura, sull’arte e sul teatro, polarizzando così due schieramenti avversi, che era facile venissero anche alle mani. I due gruppi di sostenitori erano chi a favore della semplicità, della immediatezza e della potenza della musica verdiana e chi invece concepiva la musica anche come un’arte metafisica, concettuale, filosofica, fatta di incastri di temi melodici, un flusso ininterrotto di note che conducesse l’ascoltatore in un altro mondo. C’è da dire anche che Verdi, per tutta l’età risorgimentale, diede anche un grande impulso culturale all’unità d’Italia: chi non ricorda il famoso acronimo W V.E.R.D.I., che in realtà stava a significare Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia!

In Italia, come potete immaginare, il successo di Verdi fu dilagante, fin da subito. Wagner infatti arrivò un po’ più tardi sia sulle scene internazionali che su quelle italiane. La vita del compositore tedesco infatti fu veramente rocambolesca, tra rivolte, fughe, esili e ricerca spasmodica di far rappresentare le proprie opere. La prima che riuscì a far rappresentare e che lo fece conoscere al pubblico tedesco e internazionale fu un’opera molto legata all’Italia e soprattutto a Roma. Il compositore teutonico infatti portava sulle scene le avventure, raccontate anche nel romanzo di Edward Bulwer-Lytton, di Cola di Rienzo, condottiero e studioso romano che tentò, agli inizio del 13o0, di restaurare la repubblica a Roma. Wagner, chiamò l’opera Rienzi, storpiando un po’ il nome, forse per una cattiva traduzione dall’italiano o per altro, sta di fatto che quest’opera lo consegnò alla fama e al successo in tutta Europa.

Il rapporto di Wagner con l’Italia non finisce però con la sua prima opera. C’è da dire che il compositore tedesco non era un grande estimatore del nostro paese e anche della nostra musica. I suoi modelli infatti erano prettamente i musicisti tedeschi, evitando – almeno esplicitamente – qualsiasi riferimento e ispirazione a musicisti italiani. La sua opera musicale infatti nasceva proprio in contrapposizione all’opera italiana. L’arrivo della sua prima opera rappresentata in Italia fu nel 1871, a Bologna, quando ormai Wagner aveva 58 anni e la sua fama era diventata mondiale. Da quel momento in poi la febbre wagneriana contagiò tutta l’Italia, creando una grande polarità tra i frequentatori dei teatri musicali. Nella sua vita Wagner frequentò anche Roma, anche se per poco tempo; una targa è ancora esposta in via del Babuino, sede della sua residenza romana nel 1875. Anche a Roma il compositore tedesco fece grande successo tra i musicisti, approfondendo la passione wagneriana in compositori romani come Giovanni Sgambati. Ma il grande legame che il compositore tedesco instaurò con una città italiana fu quello con Venezia: dal 1882 infatti lui e la sua famiglia si trasferirono nella città lagunare, poiché si erano completamente innamorati del capoluogo veneto. Qui, mentre stava scrivendo il suo ultimo saggio, Wagner venne colpito da un attacco di cuore e il 13 febbraio del 1883 morì, lasciando un grandissimo vuoto nel campo musicale.
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