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Centotredici anni fa nasceva uno degli artisti destinati a cambiare la storia della fotografia contemporanea: Henri Cartier-Bresson, nato a Chanteloup-en-Brie il 22 agosto del 1908, si è non a caso guadagnato l’appellativo di “occhio del secolo”.

Henri Cartier-Bresson è originario di Chateloup, cittadina poco lontana da Parigi. L’estrazione altoborghese della sua famiglia d’origine gli consente di studiare e dedicarsi all’arte. Il primo amore di Henri è però la pittura, alla quale viene instradato dalla passione dello zio Louis: si forma con i maestri Jacques-Émile Blanche e André Lhote ed è grazie a loro che entra in contatto con gli ambienti del surrealismo francese. L’interesse per la fotografia si manifesta solo dopo i vent’anni: Henri comprerà la sua quarta macchina fotografica, una Leica 35 mm con lente 50 mm, nonché la prima professionale, nel 1932. Di quell’incontro con l’arte della fotografia scrivo lo stesso Cartier-Bresson, raccontando di come uno scatto di Martin Munkacsi fu in grado di «dar fuoco alle polveri, a farmi venir voglia di guardare la realtà attraverso l’obiettivo». Il primo incontro con l’Italia è del 1933: Cartier-Bresson realizza un bellissimo reportage del suo giro della Toscana nell’estate di quell’anno. I tempi sono però critici: parallelamente al lavoro nel mondo del cinema, scoppia il secondo conflitto mondiale che vede Henri schierarsi nella Resistenza francese. Caduto prigioniero dei nazisti nel 1940, Henri riesce a evadere dal carcere dopo tre tentativi. Neanche la guerra, tuttavia, ferma la sua attività documentaria: memorabili gli scatti che ritraggono la liberazione di Parigi, nel 1944.

Alla fine della guerra, Cartier-Bresson può tornare al cinema, per cui dirige il film Le Retour, un documentario sul ritorno in patria dei prigionieri di guerra e dei deportati. Nel dopoguerra stabilisce negli Stati Uniti, dove lavora per Harper’s Bazaar e stringe rapporti professionali e amicali con colleghi illustri come Robert Capa, George Rodger, David Seymour e William Vandivert. Questo nucleo sarà quello insieme a cui Cartier-Bresson darà vita, nel 1947, alla famosa Agenzia Magnum. È da questo momento in poi che il fotografo francese comincia a viaggiare per tutto il pianeta. I suoi reportage in Cina, Messico, Canada, Cuba, India porteranno il fotogiornalismo a un nuovo livello, accrescendo di riflesso la sua fama mondiale. Tra il 1951 e il 1973 si reca spessissimo in Italia. Tra i più noti resta sicuramente quello in Abruzzo, dove il fotografo rimase affascinato dal borgo di Scanno, di cui immortalò gli scorci e la popolazione nel costume tradizionale. È poi a Napoli e nel sud Italia. Nel 1962 visita la Sardegna, dove scatta per conto di Vogue fotografie dei luoghi dell’interno: Nuoro, Oliena, Orgosolo, Mamoiada, Desulo, Orosei, Cala Gonone, Orani, San Leonardo di Siete Fuentes, e Cagliari.

Dopo quasi trent’anni di fotografia, nel 1968 Henri Cartier-Bresson si riavvicina alla pittura, dichiarando che: «In realtà la fotografia di per sé non mi interessa proprio; l’unica cosa che voglio è fissare una frazione di secondo di realtà». In un certo senso, questa affermazione che può apparire controversa e ingrata condensa alla perfezione lo spirito dello stile fotografico di Cartier-Bresson: amante di uno scatto realistico, rapido e defilato, lo sguardo di Henri è sempre stato puntato all’immediatezza e alla mobilità del soggetto, che va colto senza dare nell’occhio nel suo “istante decisivo”. Nel 1979 il MOMA di New York gli dedica una mostra-tributo. Nel 2000, assieme alla moglie Martine Franck e alla figlia Mélanie fonda a Parigi la Fondation Henri Cartier-Bresson, che ha come fine la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo. Muore novantacinquenne a Céreste, in Provenza, il 3 agosto 2004.

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