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Inaugurato il nuovo acquedotto di Roma

foto di: Immagini prese dal web

Il 24 giugno è un grande giorno per Roma: viene inaugurato il nuovissimo acquedotto, il decimo costruito per l’approvvigionamento idrico dei cittadini capitolini, voluto dall’imperatore Traiano!

 

Il decimo acquedotto

Siamo nel 109 d.C., in piena età imperiale, ed è necessario fornire acqua all’intera regione urbana identificabile con l’odierno quartiere Trastevere, l’unica che, all’epoca, era rimasta sprovvista di un adeguato sistema idrico. Sebbene Augusto, il primo imperatore, avesse fatto realizzare più di un secolo prima l’apparato dell’Aqua Alsietina, questa non forniva acqua potabile, ma era solo sfruttata per il servizio della naumachia della zona vicina al fiume Tevere. Traiano, imperatore di origine iberica (ricordato soprattutto per la Colonna Traiana che svetta sui Fori Imperiali), decise così di commissionare un grande lavoro pubblico per l’edificazione di un sistema che consentisse il rifornimento di acqua non contaminata ai trasteverini dell’epoca: i lavori terminarono il 24 giugno del 109 d.C., data dell’inaugurazione della straordinaria infrastruttura, la penultima di questo genere realizzata durante l’Impero Romano.

 

I sorgenti del decimo acquedotto

Confluivano nelle sue tubature varie sorgenti situate ai piedi dei monti Sabatini, nella zona circostante il lacus Sabatinus, appunto, cioè l’odierno lago di Bracciano. Per mezzo di un sistema di cunicoli sotterranei, le acque venivano fatte convogliare nel condotto principale: il caput aquae, cioè la parte iniziale del condotto, è tra le terme di Vicarello, Pisciarelli, Manziana e il comune di Trevignano, a nord della città di Roma. Fu un archeologo del Settecento, Alberto Cassio, a nominare e stilare un elenco preciso dei sorgenti che rifornivano l’acquedotto. Dall’area di Bracciano, il condotto principale proseguiva sul lato orientale del lago, sia per via sotterranea che tramite piccole arcuazioni. Passata Anguillara Sabazia, il percorso dell’acqua si snodava seguendo il corso del fiume Arrone, incrociando l’antico acquedotto augusteo, fino a raggiungere Roma tramite la via Clodia. Il percorso sotterraneo si interrompeva in località la Giustiniana, e proseguiva sulla via Aurelia Antica, uscendo all’aperto su un viadotto ad archi, fino alla zona del Gianicolo, dove era situato il castello terminale presso l’odierna porta San Pancrazio (conosciuta precedentemente come Porta Aurelia). Il percorso totale è stimabile intorno ai 57 chilometri di lunghezza, con una portata giornaliera che doveva aggirarsi sui 118.200 m³ (1.367 litri) di acqua al secondo. Di questo mastodontico serpente di tubi e arcate realizzate in calcestruzzo rivestito, sono rimasti numerosi “sfiatatoi” tuttora visibili a fior di terra nella zona di Vicarello. È interessante notare che per via dell’estensione dei terreni sui quali correva il viadotto, sia in via sotterranea che all’aria aperta, erano stati appositamente acquistati dall’imperatore Traiano per non avere problemi di contenziosi con i proprietari terrieri.

 

Dopo i romani

Già a partire dal III secolo d.C., l’Acquedotto Traiano sfruttò il dislivello di quota che interessò il Gianicolo (quasi 70 metri) per fornire forza idraulica a una serie di mulini per la produzione di farina, costruiti in serie lungo le pendici del colle all’incirca nel VI secolo. Con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente e le pressioni delle invasioni barbariche, l’acquedotto subì diversi danni: un troncamento gli fu inflitto dai Goti, guidati da Vitige nell’assedio del 537. A ristrutturarlo fu il generale bizantino Belisario, ma lil ripristino non mise al sicuro la struttura troppo a lungo: nel 752, i Longobardi troncarono di nuovo alcuni tratti del condotto. Quella volta, fu papa Adriano I a fornire una parziale ristrutturazione, seguito poi da Gregorio IV e Nicola I, il quale rimediò agli ingenti danni provocati dall’attacco saraceno del 846. L’attività dell’Acquedotto Traiano andrà avanti a intermittenza per secoli, con interruzioni e riattivazioni, fino a quando, nel XVII secolo, fu completamente ricostruito per volere di papa Paolo V, divenendo l’acquedotto dell’Acqua Paola, noto ai romani come il “Fontanone” del Gianicolo.