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Sul Gianicolo, uno dei colli che svetta sulla Capitale, tra il Vaticano e Trastevere, sorge una piccola chiesa, una volta sede di un monastero, che ospita uno dei più grandi poeti italiani ed è depositaria di una storia con protagonista Garibaldi l’eroe dei due mondi. Che chiesa è? Scopriamolo!
Ebbene sì, James Joyce – come avevamo anche scritto tempo fa -, non fu l’unico scrittore a cui la Città Eterna non piacque affatto; tra questi c’è anche una gloria nazionale, uno da cui non te ci saremmo mai aspettati una reazione del genere, il caro Giacomo Leopardi. Il poeta de L’infinito infatti, in una lettera a suo fratello Carlo, racconta di essere rimasto molto deluso dalla Capitale, dall’ambiente, dalle persone che la abitavano e l’unico posto ad averlo commosso fu proprio questa chiesetta, stretta tra Vaticano e Trastevere:
«Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato a Roma».
Di questo avviso però non furono altri due scrittori romantici, stranieri, uno tedesco, Goethe e l’altro francese François-René de Chateaubriand che trovarono questo posto estremamente suggestivo, tanto che il primo saliva spesso a Sant’Onofrio, mentre il secondo fu proprio ospite del monastero. Questa chiesetta, edificata nella prima meta del 1400, nacque in principio come un eremo, trasformato poi nel tempo in chiesa e convento dedicati Sant’Onofrio che visse da eremita per circa 60 anni nel deserto.

In questo luogo, che come abbiamo visto divenne anche luogo di pellegrinaggio di letterari italiani e stranieri, morì nel 1595, a soli 51 anni, il celebre poeta italiano Torquato Tasso, autore di uno dei capolavori della letteratura nostrana, La Gerusalemme Liberata. Negli ultimi anni della sua vita, dopo aver raggiunto l’apice della sua carriera a Ferrara, dove fu anche imprigionato a causa della sua indole collerica. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse a Roma, città in cui il Papa Clemente VIII, nel 1594, propose al poeta italiano l’incoronazione poetica con l’alloro in Campidoglio, come era accaduto alcuni secoli prima per Petrarca. Tasso però, cagionevole di salute, si ammalò e non riuscì a ricevere l’agognata corona dedicata ai poeti. La sua morte, accompagnata dai rintocchi di una piccola campana, avvenne in una cella del convento di Sant’Onofrio e oggi viene ricordato con un modesto monumento funebre nell’atrio della prima cappella di sinistra della chiesa. Qui possiamo ancora trovare alcuni manoscritti del poeta e la sua maschera funebre, conservati in un piccolo museo a lui dedicato.
La piccola campana che suonava e ha accompagnato il poeta verso la morte, fu da quel momento in poi chiamata la campana del Tasso e fu protagonista di un aneddoto nella brevissima storia della Repubblica Romana. Durante questo periodo a Roma erano presenti gli attori principali di quello che poi fu ribattezzato il Risorgimento italiano, Mazzini, Garibaldi, Mameli, Saffi, Armellini, tutti erano concentrati nella Capitale. I tempi erano molto difficili e ormai era alle porte la guerra contro i franzosi guidata da Napoleone III, che intendeva conquistare Roma per restituirla al Papa. L’eroe dei due mondi allora, per organizzare al meglio la difesa, ordino di sequestrare tutte le campane delle chiese di Roma per fonderle e realizzare dei cannoni. Nell’eseguire gli ordini però un ufficiale dell’esercito garibaldino si fermò alle suppliche di un superiore del convento, che chiese di prendere tutte le campane eccetto quella che accompagnò e suonò i rintocchi che annunciavano la morte di Torquato Tasso. Lo stesso generale Garibaldi accolse la richiesta con queste parole:
“Le campane che suonarono l’agonia del Tasso sono sacre: siano rispettate!”
Grazie quindi a questo grande gesto da parte di Garibaldi, chiunque ancor oggi, salendo alla chiesa di Sant’Onofrio, può rendere omaggio oltre che alla tomba e al monumento funebre di Torquato Tasso, anche a quella piccola campana che suonò i rintocchi della sua morte.
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