Maenza, borgo collinare conteso per secoli tra baroni e Papato
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Come è cambiata la nostra vita in un solo anno? Come si è modificata la vita a Roma nell’arco di 365 giorni? Un anno fa entravamo tutti in lockdown, oggi le statistiche parlano chiaro…
Oltre un anno fa giungeva in Italia, e a Roma, la notizia di un’influenza strana, mai vista prima, esplosa a Wuhan, in Cina. “Troppo lontana”, mormorava la gente, “sarà l’ennesima variante della classica influenza invernale”: non sarebbe mai arrivata anche qui. I numeri intanto crescevano e, insieme a loro, cresceva la quantità di informazioni. Alcune allarmanti, altre meno. Era così sconosciuta da gettare nel baratro dell’incertezza tutti, persino i medici. Nel frattempo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità emanava le prime linee guida. Era l’inizio di una pandemia globale, ma pensare di averla isolata all’altro capo del mondo sembrava rassicurante, agli occhi d’ognuno. Poi le prime vittime. Improvvisamente un vortice di sgomento risveglia tutti dal torpore, l’ideale di averla scampata. Lo fa con una affermazione secca: c’è un paziente zero in Italia, in Lombardia, a Codogno. È positivo. Erano le prime ore del 21 febbraio 2020 e un piccolo paesino in provincia di Lodi stava cambiando le carte in tavola di un intero paese. Una sola persona affetta da Coronavirus poteva mettere a repentaglio milioni di altre persone. C’avevano detto sarebbe bastato lavare bene le mani, usare gel igienizzanti, avvisare in caso di febbre alta, mettere i guanti e cercare di limitare i contatti. Non avremmo mai immaginato tutto il resto. Non avremmo mai immaginato il video straziante di Bergamo, tanto meno il suo soffocato dolore. Non avremmo mai immaginato gli ospedali da campo. Non avremmo mai immaginato le restrizioni. Non avremmo mai immaginato l’emergenza. Infine, non avremmo mai immaginato il lockdown. Ma l’immaginazione è fallace, non basta mai.

(Fonte: Valseriana News)
All’alba del 10 marzo 2020 scatta la chiusura totale. L’Italia diventa zona rossa, tutta. Ogni membro della famiglia, se non con autocertificazione che dichiari il contrario, deve restare in casa. Gli ospedali sono sovraffollati, i medici e gli infermieri combattono in prima linea il mostro subdolo, invisibile, ‘nfame come diremmo qui. Chiudono i ristoranti, chiudono i teatri, chiudono i negozi, tranne quelli addetti alla vendita di beni di prima necessità, chiude ogni punto di ritrovo, chiudono le scuole e le università. Alcuni chiudono per sempre. Iniziano i DPCM, trasmessi più o meno ogni due settimane in diretta nazionale. Ogni quindici giorni ci si piazza davanti alla televisione sperando si possa tornare alla normalità.

(Fonte: Prima Comunicazione)
La normalità, cos’è oggi la normalità? Cos’era ieri? Cos’è sempre stata la normalità, se non una nuova forma di adattamento, di comportamento generalizzato, condiviso e, infine, cristallizzato? Gli studenti vengono messi in DAD, tra gli impiegati si diffonde il significato di un nuovo termine inglese, una nuova modalità lavorativa. La chiamano Smart Working. Sembra il modello di un nuovo cellulare, in realtà non c’entra nulla, “ma per le riunioni sulla piattaforma meet, se preferisce può utilizzare lo smart-phone”. Il tempo sembra entrato in una maledetta centrifuga. Ci siamo contagiati pure il fuso orario, da Wuhan. La gente non dorme più, in compenso mangia a qualsiasi ora del giorno. I social realizzano finalmente ciò che hanno sempre sognato: sostituirsi alla socialità del face to face, del vis à vis. Diventa necessario videochiamarsi per vedersi; diventa necessario seguire una diretta Instagram per allenarsi; diventa necessario scriversi su whatsapp. Diventa necessario munirsi di tutte quelle strumentazioni che un tempo (forse?) erano soltanto strumentazioni accessorie di un “animale socievole per natura”, direbbe Aristotele. Solo che molti nonni non sanno neanche come funziona un mp3 e nessuno può spiegarglielo, perché “la categoria degli anziani è quella più a rischio” scrivono ovunque.
Le strade di Roma sono vuote. I monumenti respirano l’assenza come una boccata d’ossigeno dopo l’apnea. Certo, avremmo potuto risparmiarcene la causa, ma quanto è bella Roma? La quotidianità in certi appartamenti è stretta. Qualcuno scopre addirittura di avere un terrazzo condominiale. Ma quanto è bella Roma? Le serrande dei bar sotto casa sono abbassate, le luci non accompagnano più l’ombra di nessun passante. I fortunati, quelli col balcone, approfittano del sole e delle meravigliose giornate calde di inizio primavera (ironia della sorte, eh?!) per godersi l’aria aperta.

(Fonte: AGI)
Ma quanto è bella Roma? Tutti vogliono avere un cane, ché almeno si ha una scusa per scendere. È triste come ragionamento, lo so, ma quanti di voi avrebbero voluto avere un animale domestico da portare sul Lungotevere o al parchetto dietro casa, anche solo per sgranchirsi un po’ le gambe? Non si sente più il rumore del traffico. Roma è anomala, silenziosa, quasi utopica, ma quanto è bella? Gli scaffali dei supermercati cominciano a svuotarsi: i nuovi trend sono farina e lievito. Introvabili. Si fa la fila, si fa la fila ovunque: per andare in farmacia e per andare a far la spesa. Soprattutto, però, si aggiunge alla lista degli accessori di ognuno di noi un nuovo “indumento” di protezione: la mascherina. Di ogni colore, di ogni tessuto, di ogni marchio persino, purché la si porti obbligatoriamente. Sempre meglio coprirsi la bocca che gli occhi, a Roma, tutto sommato. Ma quanto è bella? Una città che poche volte ci siamo fermati ad ammirare e che ora ci si impone allo sguardo in tutta la sua maestosità. Certo, è sola, diversa, a tratti nostalgica e chiusi in casa non possiamo viverne completamente la meraviglia, “ma le hai viste le foto che hanno pubblicato? Quanto è bella Roma?”
I dati sono amari. La stima dei decessi 2020 avvenuti a Roma, causa Covid-19, è di oltre mille persone. Gli incidenti stradali, nei primi quattro mesi del 2020, però, diminuiscono del 39,7%. A settembre 2020, il prezzo, e pure il consumo probabilmente, di bevande alcoliche, prodotti alimentari e tabacchi aumenta oltre l’1 %. Nel 2019 Roma contava oltre 23 milioni di turisti fra musei e complessi archeologici (per oltre 8 miliardi di incassi); nel 2020, il dato crolla inevitabilmente. Più di 6 milioni di visitatori appartenevano soltanto ai Musei Vaticani. Il Colosseo, come molte aree di Roma si popola, ma gli ospiti sono a quattro zampe. La natura torna a respirare, i trasporti pubblici raggiungono le fermate con maggior velocità, ma sono vuoti. Le locazioni in affitto diminuiscono: è inutile spostarsi a Roma, se il mondo si muove per lo più in digitale. Il Covid si sostituisce presto agli argomenti di discussione usuali. Non si parla più del meteo, non ci si lamenta più delle tempistiche dei mezzi pubblici: si parla di sintomi, esperienze di conoscenti, serie tv da vedere in quarantena. Non si ha ancora il rapporto sul mercato del lavoro nell’area metropolitana di Roma. E, tuttavia, è palese quanto le condizioni siano cambiate. Lo stesso curatore della statistica ammette «il Rapporto quest’anno si colloca in un contesto molto particolare, ma per ragioni di disponibilità dei dati al momento della sua stesura, non ha potuto tenere conto dei grandi mutamenti economici e sociali generati dalla situazione di emergenza sanitaria iniziata nel 2020».
E mentre i vaccini fanno il loro ingresso in città, in ben due centri, a noi l’unica cosa che viene davvero in mente è “ce la faremo”. Perché noi nun c’arrendemo e nemmeno l’Italia lo fa.
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