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Che cosa ha permesso a un piccolo villaggio di capanne di legno e frasche su una collina lambita da un fiume di diventare in pochi secoli una sfolgorante città di duemila ettari, abitata da un milione di persone e capace di governare su cento milioni di sudditi sparsi su un Impero di sei milioni di chilometri quadrati? Non c’è dubbio che Roma è debitrice di gran parte della propria fortuna al suo fiume, il Tevere!
Agli inizi del primo secolo d.C. Cicerone riconosce la lungimiranza di Romolo che otto secoli prima aveva fondato Roma “sulla riva di un fiume perenne e uniforme, che con ampio corso sbocca nel mare, affinché la città potesse assorbire dal mare le merci necessari ai bisogni della vita, e restituirvi ciò di cui sovrabbondasse”. Della sua acqua l’Urbe si è dissetata per secoli, l’ha sfruttata come forza motrice per le macine dei mulini, l’ha usata per trasportare merci e per irrigare orti, pascoli e se n’è servita per scopi igienici alimentando una dozzina di grandi stabilimenti termali e centinaia di balnea privati. Il Tevere – che gli Etruschi chiamavano Rumon e da cui deriverebbe il nome stesso di Roma – è presente già del mito della fondazione in quanto i due gemelli furono abbandonati in una cesta sulle sue acque. La sua vitale funzione di via d’acqua non cessò nemmeno quando il progressivo innalzamento del fondale impediva la navigabilità alle antiche navi che lo risalivano dal mare. Si istituì così un sistema di alaggio che consentiva ogni giorno a centinaia di grandi chiatte di risalire la corrente dal porto di Ostia trainate da buoi o cavalli; un sistema che rimarrà immutato fino alla metà del XIX secolo.

Poco più a valle dell’Isola Tiberina nel II secolo a.C. nacque l’Emporion, il primo porto fluviale dei Cesari e una delle piazze più febbrili per l’economia, traboccante di botteghe e imprese commerciali di ogni genere che vendevano il grano dalla Sicilia e dall’Egitto, il vino dalla Magna Grecia e dalla Catalogna, il garum (la miasmatica salsa di pesce fermentato) dalla Spagna, l’olio dalla Betica, i marmi dall’Asia Minore e anche gli schiavi (eh sì, erano considerati merce) dalla Nubia. Tra il porto, le pendici del Palatino e i Fori furono costruiti gli horrea (depositi) destinati allo stoccaggio e alla distribuzione delle merci sbarcate a Ostia e destinate ai mercati dell’Urbe: gli horrea candelaria per la cera, gli horrea cartaria per la carta, gli horrea piperitaria per le spezie, gli horrea vinaria per il vino.

Tra i più antichi, sono ancora visibili i grandi horrea frumentaria agrippiana, tra il Palatino e il Foro boario, in cui 30 tabernae (botteghe) circondavano il grande cortile tuscanico in cui confluivano ogni giorno tonnellate di di orzo, farro, frumento e legumi. Per avere un’idea della quantità di merci che giungeva a Roma è sufficiente salire al Monte Testaccio, alle spalle dell’Emporion, dove tra il II e il IV secolo sono stati ammonticchiati in buon ordine dopo essere stati spezzati, disinfettati con calce e impilati, quasi un miliardo e mezzo di cocci (testae in latino) di anfore olearie, fino a formare una collina di 22.000 metri quadrati che raggiunge i 36 metri di altezza e che dimostra come la raccolta differenziata non sia un’invenzione dei nostri tempi.


Quattrocento anni dopo la fondazione di Roma il Tevere divenne insufficiente a coprire il maggior fabbisogno d’acqua dovuto allo sviluppo urbanistico e all’incremento demografico. Fu necessario portare l’acqua da altre sorgenti, spesso lontane decine di chilometri dalla città. Si progettarono e costruirono ben undici acquedotti. Il più antico (Aqua Appia, del IV sec. a.C.) era alimentato da una sorgente situata sulla Prenestina, aveva una capacità di 400 litri di acqua al secondo e percorreva 15 chilometri di condotte sotterrane. Il più lungo fu l’Anio Novus, lungo 58 miglia romane (oltre 87 chilometri) di cui 14 in superficie. Fu iniziato sotto l’imperatore Caligola e completato 80 anni dopo da Claudio (da cui il nome di Aqua Claudia). I resti di molti acquedotti sono frequenti nella campagna romana, ma forse non tutti sanno che alcuni di questi sono ancora in perfetta efficienza e alimentano le numerose fontane della capitale.

Alzando lo sguardo verso l’alto di Porta Maggiore (l’antica Spem veterem) è ancora possibile ammirare i resti di due – Anio Novus e Aqua Claudia – degli otto acquedotti che da qui entravano in città attraversando le Mura Aureliane rifornendo il 70% dell’acqua quotidiana.

Sergio Grasso
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