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1907, Vamba pubblica a puntate una storia su “Il giornalino della Domenica” e il protagonista di questo diario d’avventure si chiama Gian Burrasca. Chi è? E cosa visita di Roma?

Ne hanno fatto film, miniserie e musical: ambientato a Firenze, e in parte a Roma, il giornalino di Gian Burrasca ha fatto divertire intere generazioni, con le sue birbanterie.
Giannino Stoppani, soprannominato Gian Burrasca per la sua capacità di mettersi sempre nei guai e combinare marachelle, è il figlio minore e unico maschio di un’agiata famiglia fiorentina di inizio Novecento. Il giorno del suo nono compleanno riceve in dono dalla madre un diario (appunto, il giornalino): è lì che annoterà tutte le sue avventure tragicomiche. Una sola cosa è nemica del bambino: la noia. È per questa che Gian Burrasca inventa le sue monellerie, i suoi scherzi e i suoi giochi. Sul filo invisibile dell’incomprensione che lega adulti e bambini, nessuno può capire davvero Gian Burrasca.
«È inutile: il vero torto di noi ragazzi è uno solo: quello di pigliar sul serio le teorie degli uomini … e anche quelle delle donne! In generale accade questo: che i grandi insegnano ai piccini una quantità di cose belle e buone … ma guai se uno dei loro ottimi insegnamenti, nel momento di metterlo in pratica, urta i loro nervi, o i loro calcoli, o i loro interessi!»

Insomma, dovunque va, Gian Burrasca crea scompiglio, e anche a Roma non fa sconti. Andato a trovare la sorella Luisa, però, viene portato in giro a visitare la città, accompagnato dal cavalier Metello, che via via spiega al ragazzo la storia di alcuni monumenti della città. Cosa vede di Roma Gian Burrasca?
Anzitutto il Colosseo. È il 28 dicembre e sul giornalino leggiamo:
«Mi ha portato a vedere il Colosseo che anticamente era un anfiteatro dove facevano i combattimenti degli schiavi con le bestie feroci, e le matrone si divertivano a veder mangiare i cristiani vivi. Com’è bella Roma per uno che abbia passione per la storia! E che grande varietà di paste al caffè Aragno, dove sono stato iersera con mia sorella!».
Prosegue poi con Ponte Molle, chiedendosi perché si chiama cosi. È il 29 dicembre stavolta e un signore gli risponde che:
«Si chiama Ponte Molle perché è sul Tevere che è sempre molle, ossia bagnato a questo modo, e non è come tanti altri fiumi che appena vien l’estate si asciugano subito».
Ma questa non è la verità, scoprirà più tardi, perché come spiega il cavalier Metello:
«Questo ponte si chiamava anticamente Molvius e anche Mulvius e v’è pure chi lo chiamava Milvius, ma il nome che ha ora è forse una corruzione dell’antica denominazione Molvius, nome che deriva probabilmente dal colle che gli sovrasta di faccia, sebbene molti si ostinino nella denominazione Milvius, facendola derivare da Aemilius ossia da Emilio Scauro che si crede sia stato il costruttore del ponte, mentre d’altra parte è provato che lo stesso ponte esisteva un secolo prima che nascesse Emilio Scauro, tanto è vero che Tito Livio dichiara che quando il popolo di Roma andò incontro ai messi che portavano la notizia della vittoria contro Asdrubale, traversarono proprio quel ponte».
Infine, vede l’arco di Settimio Severo, nel Foro Romano: un «arco trionfale eretto dal Senato l’anno 205 dell’Era cristiana in onore di Settimio Severo e, dei suoi figli Caracalla e Geta, ha sulle due facce una iscrizione nella quale è detto come in seguito alle vittorie riportate sui Parti, sugli Arabi, sugli Adiabeni…»

(Fonte: Dailymotion)
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