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Ben prima delle città medievali, caratterizzate da un’architettura difensiva e ampie arcate che proteggevano dalle ire del cielo i passanti, anche a Roma antica ci si era confrontati con il problema di garantire un minimo di protezione ai cittadini durante i loro spostamenti: nacquero per questo le viae tectae, sorta di lunghi viali coperti.

Freddo, vento, pioggia, grandine, sole ardente, afa: gli antichi romani dovevano vedersela con tutti i fenomeni atmosferici con i quali abbiamo a che fare anche noi, ma con un grosso svantaggio che non viene spesso considerato, specialmente nelle ricostruzioni storiche e cinematografiche dell’età classica, in cui l’Urbe sembra essere perennemente baciata da un mite clima primaverile. Troppo facilmente ci si dimentica che le comodità degli spostamenti in auto o con i mezzi di trasporto pubblico erano a loro totalmente sconosciute, e gli unici modi di spostarsi e sui quali fare affidamento erano propri piedi o, al massimo, muli o cavalli. Per consentire il normale svolgimento delle attività pubbliche anche in casi di temperature e condizioni atmosferiche inclementi si ricorse alla costruzione di spazi coperti all’interno delle mura cittadine, che presero il nome di viae tectae proprio dalla loro principale caratteristica: quella, cioè, di essere lunghi deambulatori dotati di “tetto”.

L’edificazione di vie porticate nacque già all’indomani dell’occupazione arcaica dei primi colli, al tempo dei Tarquini; specialmente nell’area del Palatino, dove si era resa necessaria, per raggiungere i templi che vi sorgevano, la realizzazione di sentieri scavati nei vari livelli dei fianchi scoscesi del colle. Già dall’età repubblicana uno degli snodi principali della viabilità di Roma era la strada che tagliava Campo Marzio da nord-ovest a sud-est, dal Terentum al Circo Flaminio: sarebbe questa la prima strada nota come Via Tecta, poi per corruzione linguistica passata in età medievale con il nome di Via Recta. L’esistenza di un porticato sorretto da colonne lungo questa via è attestata da una raffigurazione frammentaria in cui lo studioso Rodriguez-Almeida ha individuato alcuni punti che probabilmente simboleggiano il colonnato che corre lungo due linee parallele, seguendo tutto il tratto di una strada nota come vicus Aesculapii. Nel 193 a.C., gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo impiegarono il denaro ricavato dalla riscossione della penale in denaro inflitta agli allevatori che avevano allagato il Foro Boario per congiungere, tramite un colonnato sormontato da archi, la zona fuori Porta Trigemina con la via tecta che sbucava dal Campo Marzio. A metà del II secolo a.C., il console Scipione Nasica volle celebrare la definitiva sconfitta dei cartaginesi con l’edificazione, a sue spese, di un porticato che percorresse la Via Sacra partendo dalla sua domus fino al Tempio di Giove Ottimo Massimo. In età tardo-repubblicana, per ampliare la superficie costruttiva dell’Urbe, furono realizzate altre viae tectae minori come strade interne alle costruzioni preesistenti.

Alcuni fonti letterarie risalenti circa al I secolo d.C. contengo testimonianze dell’esistenza di una o più viae tectae. Il primo a fare riferimento a una via tecta è Marziale nel Liber III dei suoi Epigrammata. Ad attestare, invece, la presenza di una specifica via tecta, quella di Campo Marzio, era stato invece già Lucio Anneo Seneca, citandola in un brano del Apokolokýntosis o Ludus de morte Claudii: lo stoico scrive di una Via Tecta che scendeva agli Inferi, probabile allusione al fatto che la via terminava nei pressi del Terentum, una parte situata all’estremità occidentale del Campo Marzio nella Roma antica che, per la presenza di sorgenti di acqua calda, veniva considerato un luogo collegato agli Inferi e perciò consacrato al culto di Dite e di Proserpina, sovrane dell’Ade.

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