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Torna la rubrica divinità di Roma. Stavolta parleremo di Cerere, dea della terra e della fertilità, nonché madre della famosa Proserpina. Sai chi era?
Faceva parte del parterre di divinità romane e si trattava di una delle più importanti dee della mitologia romana. Trapiantata nell’olimpo romano, non mediante lo studio delle divinità greche, ma di quelle pre-romane, appartenenti alle popolazioni degli osco umbro sabelli, Cerere rappresentava, per il popolo di Roma, la terra, la sua prosperità, la sua fertilità e la nascita, tanto che tutti i fiori, la frutta e gli esseri viventi potevano ritenersi suoi doni gratuiti all’umanità. Molti credevano, addirittura, fosse stata lei ad insegnare ai primi contadini, le tecniche di coltivazione dei campi e degli orti.

(Fonte: Romano Impero)
Spesso immaginata nelle vesti di una matrona severa e maestosa, ma contemporaneamente affascinante e gentile, con la sua corona di spighe di grano, Cerere, dal latino “Ceres, Cereris“, era considerata la dea dei raccolti. Per questo, suoi simboli erano anche una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di grano e di frutta, nell’altra. Sorella, inoltre, di Vesta, Giunone, Plutone, Nettuno e Giove, e figlia di Saturno e Opi, nonché madre della bella Proserpina, a presiedere il suo culto nella città, era uno specifico sacerdote, il cosiddetto Flamine cereale.
Come racconta il mito, poi, è nella storia del rapimento di Proserpina, da parte del fratello Plutone, dio degli inferi, che Cerere vide segnato il suo destino e quello di Roma, per sempre. Addolorata per la figlia, infatti, tradizione vuole che, sebbene dea dei frutti e della terra, Cerere abbia dato sfoggio della sua sofferenza causando gelo e inverno, per tutto l’anno, almeno fino all’intervento di Giove; al ritorno in superficie, per soli sei mesi, della figlia e, con lei, della bella stagione.

Ma come amavano venerarla i romani? Al pari di ogni importante divinità, anche a Cerere i cittadini romani avevano eretto un santuario, intorno al V secolo a.C. Si trovava ai piedi del colle Aventino ed era lì che, in suo onore, si festeggiavano ogni 12 aprile i Cerealia. Una serie di cerimonie, con le quali si offrivano alla dea frutta, miele, sacrifici di buoi e di maiali, o pratiche per purificare le proprie case, in caso di recente lutto familiare. Un altro tempio, dedicato al suo culto pare fosse anche presso l’antica città di Capena, ancor oggi città in provincia di Roma, dove è possibile visitare, tra l’altro, il suggestivo sito archeologico del Lucus Feroniae.
Ora, secondo i romani, questa dea poteva anche essere legata al mondo dei morti. Tre giorni l’anno, in particolare il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre, si era soliti, infatti, aprire un varco nel terreno, una sorta di fossa, chiamata appunto Caereris mundus, con la quale, secondo le credenze dell’epoca, si metteva in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei defunti. Per l’occasione, riportano alcuni storiografici romani, le attività pubbliche quotidiane di Roma venivano sospese; non si attaccava briga con nessuno e si poneva tregua agli scontri coi nemici; non si arruolava alcun giovane e non si tenevano gli usuali comizi.

(Fonte: Ulisse online)
Tradizione vuole, inoltre, fosse un momento estremamente delicato e pericoloso, perché a detta di Macrobio (antico personaggio, scrittore e funzionario, romano) l’Ade poteva attrarre i vivi e, tra questi, soprattutto coloro che vedevano la propria vita, in ogni caso messa a repentaglio, perché in quel momento soldati o legionari impegnati in battaglia. Infine, altro riferimento alla connessione con i morti, il termine cerritus, cioè “invaso dallo spirito di Cerere“, o ancora “posseduto“. Un termine che, spiega Renato Del Ponte, storico e docente italiano, potrebbe far pensare alla dea come “madre degli spettri“.
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