Marco Gioia, le sue fortune discografiche e la sua musica da ballo | Roma.Com

Marco Gioia, le sue fortune discografiche e la sua musica da ballo

Tra i dj e produttori più famosi e prolifici degli anni ’90, oggi il nostro Faber Cucchetti intervista Marco Gioia e ci riporta indietro nel tempo, facendoci riassaporare i locali e le atmosfere di quei gloriosi anni…

Marco Gioia, presentiamo la tua infanzia

Sono nato 1 novembre 1972 ed ho vissuto in un quartiere di Ostia. Ho frequentato un Istituto Tecnico ma non mi piaceva molto andare a scuola: erano istituti di periferia, dove c’era molta confusione e non riuscivo a concentrarmi, anche perché ero un ragazzo distratto, ma anche timido e spensierato.

Poi a 13 anni la folgorazione artistica. Com’è cominciata la tua passione per la musica dance? Chi e cosa ascoltavi?

Ho sempre amato la musica, ma a 13 anni, mi sono appassionato al mondo del deejaying. A quell’età frequentavo un amico al quale piaceva il mixaggio e me ne parlava spesso, finché un giorno, preso dalla curiosità sono andato a casa sua e lì ho avuto il colpo di fulmine quando ho visto gira dischi, mixer e luci da atmosfera. Ero entusiasta, tornato a casa, ho convinto mio padre a comprarmi il primo mixer e due giradischi Technics 1200, acquistati con molti sacrifici. Ho iniziato subito a cimentarmi nella tecnica, ascoltando programmi radiofonici come Dimensione Dance di cui registravo diverse cassette. I miei generi musicali preferiti erano: Hip Hop, Funky ed iPop. Comprai, per primo, il disco dei Duran Duran Notorious e poi, in seguito, La Isla Bonita di Madonna.

I locali e i personaggi importanti dell’adolescenza

Di pomeriggio, frequentavo locali, come Executive, Veleno e Gaudio Noctis, per ascoltare novità dance e osservavo affascinato i dj mentre lavoravano. Passarono alcuni anni dal mio primo approccio con il giradischi, mi allenai moltissimo, ma continuavo ad essere molto timido. Un giorno mia sorella Monica, più grande di me di qualche anno, mi portò con sé nella discoteca Lido di Fregene e mi presentò il dj Pino Tedesco che, molto carinamente, mi accolse in consolle proponendomi di fare il tecnico delle luci. In seguito cominciai anche a mettere i miei primi dischi, a fine serata. In quell’estate molto bella, conobbi anche alcuni artisti della notte come: Marco Trani (all’epoca dj e direttore artistico del Pachá di Riccione), Claudio Casalini, Luigi Guida, Enzo Cassini, Cesare Cerulli, Dr. Felix, Corrado Rizza, Gino Bianchi e tanti altri. Feci amicizia con Mauro Minieri, che sarebbe divenuto mio amico di sempre. Come mia sorella Monica, attrice dei film 7 kili in 7 giorni di Carlo Verdone ed I Ragazzi della terza C di Dino Risi, ebbi anche l’occasione di lavorare nel film di Federico Fellini La voce della Luna con Roberto Benigni e Paolo Villaggio, interpretando il ruolo del dj, ovviamente.

Poi negli anni 90 sei entrato nel mondo discografico…

Accanto a Mauro Minieri, ebbi la mia prima esperienza discografica con Giorgio Meletti (musicista e produttore) con il quale realizzammo tre brani, con le etichette Flying Record e Discomagic. Il sogno stava diventando realtà, mi stavo appassionando anche nel creare musica, non solo a proporla. Era un universo nuovo, pieno di piccole soddisfazioni che abbracciavano anche il mondo del dj. Nell’ottobre 1992, Mauro, in seguito ad una collaborazione in consolle, mi presentò i fratelli Micioni. Ci proposero da subito di produrre musica dance nel loro studio Gimmik, in via Paolo Emilio. Furono 7 anni di intense esperienze artistiche e formative. Realizzammo molti brani e lavorammo con svariate etichette discografiche: Flying, X-Energy, Dig-it, Time, Italian Style. Conobbi molti artisti, fra cui: Mike Francis, Amii Stewart, Orlando Johnson, Jamie Dee (alias Marina Rei) e Tiromancino, per i quali programmai l’album Rosa Spinto, su Polydor.

DJ e musicista. Per un lungo periodo si pensava fossero ruoli incompatibili, invece… In te come convivono?

Quello del dj e del musicista sono ruoli complementari per me: nelle produzioni dance il disc jockey è fondamentale per curare la stesura ritmica e la scelta del suono, mentre il musicista deve trasmettere la magia con le sue armonie e con i suoi accordi. In un buon team dance ci deve essere un musicista. Questo aspetto accompagna sempre il mio dj set.

A quali delle tue produzioni ti senti più legato?

Decisamente alle produzioni di Jamie Dee, in particolare ai brani Dreaming Blue e So Good, estratte dall’album Don’t be shy (composto da Frank Minoia, all’epoca produttore di Joy Salinas) e remixate dal nostro team in versione dance. Sono legato a questi due brani perché ci hanno regalato molte soddisfazioni offrendoci piazzamenti in classifica in molti Paesi, inoltre le melodie sono brillanti e mi trasmettono delle belle emozioni.

I tuoi personaggi di riferimento, le tue aspirazioni e gli esempi che hai seguito per diventare e consolidare la tua professionalità?

Avendo sempre ascoltato molti generi musicali, tra cui la Disco Music, senza dubbio, seguivo gli artisti degli ultimi anni del 70, come gli Abba, Delegation, Kool and the Gang, ma anche gli artisti dance italiani, tra cui Gazebo, Gary Low e Jovanotti. La musica e le melodie di quegli anni secondo me, non sono paragonabili a quelle odierne. Come riferimento artistico avevo te, Faber Cucchetti e il tuo programma Dimensione Dance. Registravo le cassette e le riascoltavo, annotavo i titoli e compravo i vinili che mi piacevano.

Nel nuovo millennio hai inanellato nel tuo curriculum una serie di prestigiose discoteche romane. In quali ti sei più identificato?

Sono molte le discoteche in cui ho lavorato, come il Ciak e il Divina con Peter Micioni, l’Off Shore, Le Streghe di Porto S. Stefano, il Señor Frog di Cala Galera, dove lavorai per due stagioni insieme al mio amico Andrea Rappartipoli, Fashion Bar, dove conobbi il gruppo d’organizzazione eventi MisterJef, con il quale ho lavorato in moltissimi locali come lo Shangò (dove iniziò a lavorare al mio fianco il vocalist Mr. V), Futurarte, 45 Giri, Vista Club, Sporting, Eisha (dove conobbi l’amico Double Fab), fino ad arrivare a quelli più recenti che sono Wood, Shilling, Room 26, Terrazze, Spazio 900 (tralasciando la pandemia). Senz’altro mi identifico molto con il Room 26, perché mi ha dato molte soddisfazioni artistiche, avendo potuto conoscere personaggi del calibro di: Molella, Cristian Marchi, Albertino, Andrea Prezioso, Faber Cucchetti, Matt Botteghi.

Sei un DJ che lavora per la pista, a testa alta, ma sai anche rischiare: sappiamo che sei stato fra i primissimi a proporre il genere Reggaeton…

Ho sempre sostenuto che le influenze latine dessero una grande carica di allegria e che si potessero sposare con la musica dance. Proposi i primi brani reggaeton nel 2003 al Fashion Bar, e mi accorsi immediatamente che suscitavano un forte impatto in pista, trainando maggiormente le ragazze che, di conseguenza, attiravano l’attenzione anche dei ragazzi.

 

Dovessi insegnare l’arte ed il mestiere del dj, quali sarebbero le materie e cosa sarebbe fondamentale apprendere nella formazione?

Mi è stato proposto spesso di insegnare questo lavoro, ma non ho mai avuto il tempo necessario per poterlo fare. Se un giorno mi capiterà di farlo, sicuramente insegnerò ad essere prima di apparire, a studiare bene la pista, ad usare un giradischi. Naturalmente bisognerebbe completare il tutto con la conoscenza della storia della musica, che a parer mio è basilare per chiunque.

È finito un decennio: scartabellando nella tua raccolta, eleggi i dischi più importanti fra quelli usciti, quelli che passeranno alla storia e faranno revival

Nell’ultimo decennio, come per la moda, anche per la musica c’è stata un’influenza sui gusti musicali che hanno ridato vita a melodie che ebbero successo negli anni precedenti. Personalmente, monitorando le varie classifiche, se dovessi stilare una raccolta di brani o artisti degni di revival citerei: David Guetta con Titanic, Shakira con Waka Waka, Bruno Mars, Ariana Grande, Katy Perry, The Weeknd, Billie Eilish, Ed Sheraan, Drake, e Luis Fonsi con  Despacito.

Durante i mesi della pandemia ci stai regalando degli ottimi remix. Come nascono e quali sono i tuoi preferiti? Che tecnologia usi e dove possiamo trovarli?

Nell’estate scorsa avevo già remixato qualche successo dance insieme al mio amico Mauro Minieri, ma devo ammettere che stando fermo come dj, la pandemia ha riacceso in me la passione di produrre musica e di collaborare con altri dj produttori mettendomi in gioco e sperimentando nuovi remix del passato e non solo. Devo dire che la musica mi ha salvato psicologicamente, mentre ero in quarantena forzata nella mia stanza (per ben 35 lunghi giorni). L’isolamento ti fa viaggiare con la mente e quindi sono tornato indietro nel tempo, remixando brani interessanti come:  Wham! Last christmas, The Style Council Promise Land, Victims Culture Club, Duran Duran Save a Prayer, Spandau Ballet Round and Round, raggiungendo 1200 Followers, sul sito dedicato alla musica dance DEMODROP, nel giro di 4 mesi.

Attualmente, sto collaborando con artisti come Peter Micioni, Umberto Balzanelli, Michelle, Mauro Minieri, Andrea Rappa. Le idee non si fermano, la musica non si ferma… Fa parte di me.

Sperando nella pronta ripresa delle piste da ballo romane, cosa pensi cambierà dopo la traumatica esperienza del Covid-19?

Spero nella riapertura di tutte le discoteche e nella forza dei gestori, che a fatica sono riusciti fin ora a pagare un affitto. Ci sarà un ritorno al divertimento, si darà valore anche alla semplice uscita del Sabato sera. Dopo questo periodo di distanziamento forzato, si sentirà il bisogno di stare insieme, ascoltare musica, ballare e non stare solo dietro al recinto di un privè a consumare alcolici.

 

Faber Cucchetti

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