L’orgasmo migliore se prova a tavola, altro che a letto!
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Sopra una buona tavola deve esserci sempre del buon vino! I romani questo lo sanno benissimo e già dai tempi antichi non si lasciavano parlare dietro in quanto a buongustai, ma vediamo perché si possono ritenere i padri del vino!
Dire che il vino lo abbiano inventato i romani sarebbe effettivamente una grande bufala e quindi una grande bugia, ma che i romani possano considerarsi i padri della produzione del vino in grandi quantità, questo possiamo dirlo! Infatti è proprio con lo sviluppo del popolo romano che le tecniche di coltivazione dell’uva sono andate via via raffinandosi, per arrivare alla loro perfezione proprio grazie all’apporto degli antichi romani. Anche i popoli precedenti ai padri di Giulio Cesare conoscevano e producevano il vino, ma le piante di vite venivano attaccate agli alberi o appese a dei pali in legno; le prime produzioni in filari vengono effettivamente sviluppate dai discendenti di Romolo. La descrizione di una coltivazione la ritroviamo nello scrittore romano di agricoltura Columella, che nel suo De re rustica, scrive come i filari dovessero trovarsi a 3 metri l’uno dall’altro, circa 10 pedes, secondo l’antica unità di misura dei romani. In questo modo, sviluppando la coltivazione della vite in filari i romani riuscivano a produrre anche 150 quintali di uva per ogni ettaro di vigneto, resa che equivale all’incirca a quella moderna.
Se solo dovessimo pensare di tornare a bere il vino come gli antichi romani, molti dei puristi dell’enologia non solo storcerebbero il naso, ma diventerebbero proprio astemi! Infatti non riuscendo a controllare la fermentazione alcolica, i vini dell’epoca risultavano decisamente molto più alcolici di quelle contemporanei. Così i romani avevano differenti ricette per consumarli. Una di queste ve l’abbiamo già rivelata all’inizio di quest’anno, sembra infatti che già in quell’epoca andasse molto forte il consumo del vin brûlé. Ma questa non era l’unica ricetta grazie alla quale i romani gustavano il nettare di Bacco. La prima differenziazione sulla scelta delle uve per la produzione di un vino più o meno buono si faceva proprio subito dopo la raccolta. Le pigne più acerbe infatti venivano scartate e andavano a costituire la base per il vino degli schiavi. Con gli acini buoni invece si dava vita ai diversi tipi di vino. Una volta trasformata l’uva in vino questo veniva stemperato con diversi ingredienti, tra cui il miele o altri aromi al mosto. Quelli più scuri venivano chiarificati con l’albume d’uovo. Ai vini invece destinati al maggior consumo venivano aggiunti anche sale, acqua marina, resina e addirittura il gesso, per poter essere bevuti. Infine quelli migliori, che oggi diremmo DOC, venivano impreziositi con estratti di erbe o di legni odorosi, con assenzio, profumi, mirra o rose, dando vita così ad una bevanda aromatizzata a base di vino
I vari tipi di vino nell’antica Roma dunque erano conosciuti prevalentemente per la loro provenienza. Il più famoso in assoluto era il Falernum, che veniva prodotto al confine tra l’odierno Lazio e la Campania. C’è da dire poi, che la maggiore zona di produzione di vino in Italia era proprio la parte centro meridionale della nostra penisola, con la nostra costa tirrenica a farla da padrona. Le tipologie come il Fundanum, l’Ardeas, il Tiburtina erano molto famosi nell’antica Roma; alcune zone già famose all’epoca per la produzione del vino come quella dei Castelli portavano a Roma le loro tipologie come il Veliternum, l’Albanum, il Praenestinum, il Labicanum. Oggi queste zone sono ancora molto conosciute per la loro produzione di vino portando su tutte le nostre tavole uve moscate provenienti dalle zone di Terracina, il Cesanese e il Sangiovese che viene coltivato prevalentemente nella zona dei Castelli, insieme anche alla Malvasia. Il Trebbiano che vanta la sua zona preminente di produzione nella Sabina mentre il Procanico e il Grechetto diffusi soprattutto a Tarquinia e Orvieto. Le zone intorno a Roma sono tutt’ora molto famose per la produzione di vini tanto che possono vantare almeno 30 sigle DOC e altre IGT e DOCG. Insomma è proprio vero, a noi ce piace de magna e beeeeeve!
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