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Regali di Natale? Think Local e salva il tuo quartiere!


Think local, la campagna di sensibilizzazione verso le realtà locali, prende piede anche a Roma. Scopri nell’intervista, a una delle menti del progetto, Massimiliano Molese, come partecipare!

Raccontaci di te e come nasce l’idea di Eroi Normali e di Think local

«Sono di origini napoletane, in realtà. Dopo aver vissuto quindici anni all’estero, per scelta di vita sono rientrato in Italia e ho messo su delle aziende in Toscana. L’idea di Eroi Normali nasce durante il periodo di lockdown, da una riflessione, abbastanza mirata, fatta con due cari amici, Luca Nardi e Ferdinando Femiano. Quando sei su un aereo e c’è una turbolenza, i tuoi occhi, e quelli degli altri, guardano la hostess: se lei è tranquilla, paradossalmente, la sua tranquillità diventa la tranquillità di tutti i passeggeri. Ecco, durante il covid, mi sono reso conto che, nonostante la paura del contagio, c’erano persone con mestieri semplici, spesso dati per scontato che, invece, continuavano a lavorare. Cassiere, benzinai, spazzini, insomma persone che, in qualche modo, ci restituivano un po’ di quella normalità che l’emergenza ci stava togliendo. In questo mondo un po’ folle e sregolato, il Covid non ci stava solo fermando, ci stava mostrando quanto fosse fondamentale la normalità e quanto essere normali fosse un atto eroico. Da questo è nato il concetto di eroi normali, fondamentalmente da una domanda: se lo hanno fatto loro, perché non possono farlo tutti? Io stesso, da parte mia, ho cominciato a mettermi in discussione cercando, senza puntare il dito, di non tirarmi fuori dal coro: per delega e per abbandono, avevo tralasciato la pratica del mio senso civico, pensando fosse inutile, dedicandomi invece a tempo pieno, per lo più, al mio lavoro e ai miei affari. Finché non sono arrivato a questo semplice, ma rivoluzionario, pensiero: tutti siamo importanti, negli atti concreti e il Covid ne ha dato prova. Ci sono state persone che, senza abbassare la testa, hanno continuato a dare il loro contribuito. Così, con i miei amici Luca e Ferdinando abbiamo pensato di rompere il pregiudizio che il pubblico non funzioni; l’abbiamo adeguato all’efficenza e alla logica del privato, basata su performance e raggiungimento dei risultati, chiedendo a cittadini, impiegati, imprenditori di aziende indipendenti o pubbliche, quattro ore del loro tempo e della loro professionalità (una sorta di banca del tempo) per lo sviluppo di progetti da donare interamente alla collettività. Il primo progetto è stato col Mibact (Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il turismo): si chiama Fitaly e, pensato per la ripartenza del mondo culturale, riguarda la possibilità di praticare sport nei complessi museali secondari così da permettere di allargare la platea di turisti anche ai non cultori dell’arte ed ai giovanissimi. Il secondo progetto, invece, è stato Think Local»

Di cosa si parla, quando si parla di Think local?

«Think local, a sua volta, nasce da una semplice riflessione: le persone, spesso, parlando della crisi legata ai commercianti, mancano di una valutazione, quella che le città si stiano man mano desertificando. Quando muore un negozio, perché tutto diventa online, non si abbassa solo una saracinesca: si spegne una luce, la strada si deprezza, si svuota, diventa meno sicura, e a risentirne più di tutti è la quotidianità, la qualità della vita di chi abita quella città o quel quartiere. Il Covid ce l’ha dimostrato, dando una spallata al menefreghismo imperante degli ultimi anni. La pandemia ci ha fatto scoprire che, oltre ad essere tutti sulla stessa barca, spostarsi in una città, con tutte le luci spente, significa stravolgere il concetto stesso di abitudini e di vita dei suoi abitanti. In questo senso, abbiamo creato la provocazione: “È meglio un dono o un pacco?“. I bambini, oggi, nel loro slang, utilizzano un termine nuovo, “shoppare”. Questo ci porta a riflettere su due aspetti: non solo ci guardano come qualcosa di vecchio, ma stanno perdendo via via la logica del quartiere e del contatto umano. Qualche sera fa, anche Confartigianato Sicilia ha sposato Think Local e la adotterà fra tutti i suoi associati (ca 17.000 imprese). Per noi è un risultato bellissimo, perché il messaggio istituzionale, quello classico e canonico, purtroppo da solo non è adeguato alla velocità del digitale: ha la veste di un video che emoziona e lancia il messaggio, fa appello alla comprensione e alla buona volontà della persona, ma il gesto della condivisone e dello swipe è troppo veloce ed è diventato quasi inutile, perché manca completamente del concetto di azione compiuta (call to action). Ora, noi non vogliamo sostituirci a loro, e sono contento che Confartigianato Sicilia l’abbia compreso con lungimiranza. Non vogliamo dire di aver fatto meglio, noi vogliamo collaborare con loro: vogliamo compiere l’ultimo miglio insieme. Vogliamo portare a compimento la call to action, facendo da raccordo per ingaggiare digitalmente i cittadini (l’engagement digitale)

Cosa significa partecipare a Think local? Come funziona?

«Per diventare eroi normali, con Think local, è semplice. Siamo vicini al Natale e ognuno dovrà fare dei regali, nonostante Think Local vada ben aldilà delle festività. Basterà entrare in un negozio, acquistare , scattarsi una foto col commerciante del proprio quartiere, inviarla ad Eroinormali, info@eroinormali.org, ricevere la foto montata graficamente e condividerla con hashtag e tag sul proprio profilo.

In questo modo, non abbiamo solo utilizzato le corde classiche del digitale e trasmesso un messaggio positivo, ma abbiamo chiuso il messaggio istituzionale che mandano le associazioni: gli abbiamo dato quella technicality digitale, che loro ancora non padroneggiano, che ha un valore incredibile. Perché se ci pensi, un unico oggetto, un’unica call to action agisce su più fronti; ha una viralità su più sponde: c’è il soggetto, il cliente che ci tiene a far conoscere il commerciante del proprio quartiere; c’è il portale Think local che riposta tutto; e infine c’è il commerciante che, sentendosi coinvolto, posta sul suo profilo, stimolando i suoi clienti a fare altrettanto. Ora, e qui sta l’altra caratteristica importante dell’iniziativa, se il commerciale non è sui social, Think local diventa l’occasione per digitalizzarsi. Così, nel momento in cui il commerciante entra nel digitale, ciascuno di noi comprende quanto un gesto, all’apparenza stupido, possa essere immenso. Io dico sempre: il digitale può essere tanto bello quanto brutto. Se è solo un mezzo e non un fine, allora lo stiamo utilizzando correttamente. Se il commerciante di quartiere vende online, o vende attraverso Amazon, non c’è nessun problema. C’è da dire, però, che non è possibile comprare solo online: il negozio fisico fa parte dell’identità culturale di un quartiere. C’è un prezzo da pagare, per ogni scelta e degli studi inglesi, dall’Università di Oxford, già confermano l’impossibilità, soprattutto logistica, di un mondo che possa economicamente funzionare solo tramite il web, per non parlare del disastro ambientale che può essere provocato dalla crescita della merce in prova resa on line a causa del nuovo imballaggio per la restituzione e del nuovo trasporto.In questo momento, non abbiamo solo bisogno di scegliere, abbiamo bisogno di fare. Think local non costa nulla e da’, in cambio, un messaggio prospettico. Mi rivolgo anche ai più cinici e al loro bisogno di ego-riferimenti: con Think Local non si appare solo bravi e buoni, ma si fa davvero qualcosa»

Come nasce un progetto, come Think local, praticamente?

«Mi piace pensare che Eroi Normali possa essere, in qualche modo, un percorso parallelamente sociologico e antropologico. Ogni tanto mi piace definire ciò che si fa come le tre “P” di Eroi normali: Pensare, Progettare e Promuovere.
Quando abbiamo cominciato a muoverci per dar vita ai progetti, gli imprenditori, le persone a cui avevamo chiesto quelle famose ore (alias banca del tempo) chiedevano una forte leadership: il problema era che il pensiero, senza una direzione, rimaneva troppo libero. Il professor Scalabrini, a questo proposito, ci ha donato subito una metodologia, la Unleash Business Creativity. In sostanza, ponendo l’assunto di un’uguaglianza fra tutti i membri, si parte da una domanda d’ambito. Quella inerente ad un progetto come Think Local può essere, per esempio: “I commercianti stanno soffrendo l’online e le chiusure dettate dalle misure di restrizione Covid: cosa si può fare?“. Ora, ciascun eroe normale scrive la sua idea, tuttavia dato che potrebbe essere non valida o non fattibile, si procede ad inserirla in una matrice di ulteriori 7 domande. Rispondendo ai quesiti ci si rende conto della validità di quella risposta, di quella bozza di progetto. A questo punto, si procede con una riunione: il soggetto proponente presenta la sua idea e parte il confronto. Questo, però, non ha lo scopo di distruggere l’idea altrui, ma di dar vita ad una contaminazione creativa: nella creatività si stabilisce il canovaccio del progetto. Solo a questo livello, si decide una governance, qualcuno che gestisca il gruppo, e si divide in sottogruppi specifici. Infine, ci si rincontra per esaminare il risultato finale, stabilendone una sorta di deadline, perché ogni progetto ha dei tempi e delle scadenze, e qui mi riallaccio al discorso dell’efficenza del privato. La cosa importante è che qui ogni eroe normale può trovare il suo spazio»

Quest’idea dietro ha un’impalcatura ben regolata, non è la classica cornice che si vede suoi social?

«Considera che noi siamo partiti a Maggio, con lo studio teorico, ma poi ci sono voluti davvero numerosi affinamenti, prima di presentare il progetto ad ottobre: non volevamo il solito salva coscienza, da condividere su whatsapp – così io chiamo quelle “cornicette” – volevamo creare qualcosa di continuativo. Il digitale deve avere pochi concetti, chiari, ma soprattutto deve legarsi ad una call to action precisa. E quella di Think Local crea una rete, non solo fra tutti gli acquirenti, o fra questi e i commercianti, ma anche fra tutti i negozi, rendendone possibili le collaborazioni. Immagina che, i piccoli negozi, o quelli più particolari e di nicchia, su google non appaiono mai in prima pagina. La visibilità però si può avere: si tratta solo di capire che, quella famosa trasformazione digitale deve partire solo da un processo globale, modello Think local, non dalle capacità dei singoli soggetti, che non hanno la capacità di cambiare, non abituati ad un mondo che sta cambiando, ed hanno bisogno di essere accompagnati»

Prima hai parlato di Confartigianato Sicilia, Roma invece come ha risposto?

«Assolutamente, il presidente del mercato di Testaccio, Massimo Attili, ha aderito totalmente alla campagna e, in blocco, l’hanno fatto tutti i cento banchi»

I commercianti romani come hanno reagito a Think Local?

«Stanno partecipando tutti in maniera randomica. I commercianti sono stati talmente entusiasti da appendere addirittura una locandina di Think Local alla loro vetrina, per avvisare i passanti della loro adesione al progetto.

Una volta un eroe normale, il classico milanese imbruttito, preso dalla frenesia della città, mi ha detto: mi sono reso conto, dopo due anni e mezzo, di avere sotto casa tantissimi negozi, non solo quei due o tre in cui mi recavo di solito»

Tu invece che rapporto hai con Roma?

«Ho un rapporto importante con Roma, ci ho vissuto per due anni e mezzo, ero giovane e avevo appena cominciato a lavorare per una multinazionale francese, con sede ai Parioli. Devo dire che sono stato fortunato, ho avuto occasione di stare a Roma, zona Ponte Milvio, quando era ancora veramente spensierata, così come Trastevere. A me fa sorridere quando dicono che Roma sia divisa per zone, chi non la conosce parla così, perché la cosa bella di Roma è che ogni quartiere ha una sua dimensione talmente importante, dal punto di vista culturale ed esperenziale, che ne resti affascinato. Io, ad esempio, rimasi impressionato dal quartiere Coppedè: più che un luogo, un viaggio nella Londra di Walt Disney. L’errore che si fa spesso è voler tirare una media ponderata della città: tutti i quartieri fanno Roma, ognuno con la propria storia, non ne esiste uno più romano di altri»

Quartiere preferito?

«Prati, Parioli, ma perché ogni pezzo di strada mi ricorda un pezzo di vita: ci sono affezionato. In particolare, sono legato a Villa Balestra: ha un affaccio che è uno spettacolo. Poco frequentata, ma bellissima»