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Chi è stato a portare a casa – da casa – il primo posto della classifica del dolce fritto più buono di Roma? Con quale preparazione avrà stupito i giudici? Quali saranno stati i criteri di valutazione?
Tuttofritto: un nome e un indizio, per i partecipanti e per il pubblico, sull’argomento gastronomico della prima competizione del premio DolceRoma, una gara al dolce fritto, tipico carnevalesco, più buono della Capitale. Di quali caratteristiche avranno tenuto conto i quattro giudici? Si sa, sfatando ogni credenza da crostata della zia, un dolce, per considerarsi tale, non deve essere soltanto “dolce“, men che meno troppo, dolce. Il rischio che alla fine risulti stucchevole è sempre dietro l’angolo. Parimenti, però, è comunemente risaputo che fritto è buono pure un sampietrino – tenendo ferma, la qualità della frittura che, se unta, perde già in partenza -. Insomma, come si sarà comportato il quartetto di Pastry Chef, alla giuria, nel giudizio finale? E quali connubi culinari, quali meravigliose creazioni avranno presentato – o meglio inviato in box chiusa, vista la realizzazione dell’evento in streaming online – gli sfidanti?

(Fonte: Radio Food)
“Si mangia pure con gli occhi“, si dice spesso, “l’occhio vuole la sua parte“, ribatte qualcun altro. E, sicuramente, l’estetica del piatto, oltre al gusto, rientra ormai nei criteri comuni di valutazione di ognuno di noi, pur non essendo ferrati estimatori o professionisti del settore. Tuttavia, bisogna ammettere, anche qui, le dovute riserve, ché può valere sempre, il classico e gettonassimo, “è bello ma non balla“, cioè è gradevole allo sguardo, ma al sapore manco de striscio. A fare da contraltare, o da principio volendo, a tutta la questione, resta poi il sempre attualissimo “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace” che, nel calderone dei “canoni sulla giusta apparenza“, entra in contropiede su ogni cosa. Cosa rimane fuori? La perfezione? Neanche a nominarla, “non esiste“. Resoconto di ogni affermazione è, quindi, la totale vacuità ed evanescenza di un discorso che tenga conto, soprattutto – peggio ancora, soltanto -, del primo colpo d’occhio. E, di questo, i quattro Chef stellati, designati all’arduo compito della scelta del podio, ne sanno certamente qualcosa.
Si passa dunque al sapore, all’assaggio e al retrogusto. Cosa deve avere di speciale una tipica frappa, una tradizionale castagnola, una zeppola o un bignè, per considerarsi il miglior dolce di carnevale dell’Urbe? Questa la domanda essenziale, il fischio iniziale alla partita. Niente di meno scontato, per chi conosce queste preparazioni da tavola romana, tutt’altro che semplici e banali. Perché se la frappa deve essere friabile e, per antonomasia, deve fare crunch; la castagnola, al contrario, dovrà essere morbida e avvolgente. Sia mai, poi, che il bignè, saldo del suo ripieno, si sfaldi al solo tocco! Insomma, ogni fine pasto che si rispetti gode d’una sua inderogabile “scala di necessità“, soddisfatta la quale, allora – e solo allora –, si può pensare di apportare qualche piccola modifica. Perciò, quasi fossero pittori alla Çezanne o alla Monet, gli aspiranti Chef o pasticceri esercitano spasmodicamente le loro iniziali abilità su pochi e mirati piatti base, fino a saper muovere le braccia ad occhi chiusi: perché solo dopo, dopo tantissime prove e riprove, possono tentare la rivisitazione. Un lavoro, questo, che può richiedere innumerevoli anni e saggiare prepotentemente passione e volontà. Per non parlare delle materie prime: “chi ben comincia è a metà dell’opera!“. I partecipanti lo sanno bene, perciò le parole e l’esultanza dei vincitori che, dopo tanta fatica e da casa, portano in laboratorio il primo premio di categoria.
Si aggiudica oggi il primo premio per la miglior castagnola, il Forno Monteforte;

(Fonte: Facebook)
per la miglior zeppola e miglior frappa, Officina Dolciaria Woods Sweet;

(Fonte: Facebook)
e infine per il miglior bignè, Roscioli Caffè!

(Fonte: Facebook)
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