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"La patente di romano", i tre scalini di Regina Coeli

foto di: Immagini prese dal web

Per essere considerati davvero romani, pare che serva una patente. La conoscete la storia dei tre scalini del carcere Regina Coeli?

I tre scalini di Regina Coeli

Avete mai sentito il detto: «A via de la Lungara ce sta ‘n gradino chi nun salisce quelo nun è romano, e né trasteverino»? Abbastanza popolare fra i romani, oggi vi spieghiamo il significato di questo curioso modo di dire.
Innanzitutto, dove si trova via della Lungara? E cosa si trova, soprattutto, a via della Lungara, tanto da renderla così famosa?
Ubicata nel rione Trastevere, al civico 29 di via della Lungara sorge dalla seconda metà del ‘600, e per opera di Papa Urbano VIII, il carcere romano di Regina Coeli. Luogo a cui Gabriella Ferri, tra l’altro, dedicò la canzone Le mantellate. Ora, pare che i detenuti, per accedere al carcere, debbano salire proprio tre gradini, e sarebbe questa piccolissima scalinata a sancire la loro romanità. Ma non è tutto. La particolare posizione del carcere, subito a ridosso del colle del Gianicolo, una delle terrazze panoramiche più belle di Roma, rende la struttura vicinissima ad alcuni punti di questo affaccio.

Perché la patente del romano si prende a Regina Coeli?

Oltre agli scalini, per essere considerati veri romani, allora, c’era un’altra motivazione. Nel punto in cui si trova il faro del Gianicolo, a poca distanza da alcune celle ad angolo di Regina Coeli, infatti, era consuetudine si mettessero a gridare i parenti dei detenuti, per comunicare, con l’interno del carcere, a suon di grida. Fun fact: accade ancor oggi che qualche familiare urli frasi d’incoraggiamento da lì. Spesso, le comunicazioni erano in dialetto romanesco, perciò se si riusciva a comprenderle, era chiaro che il detenuto altro non poteva essere se non un romano doc. Per una sorta di tacito rispetto/accordo tra l’interno e l’esterno del carcere, e per via del suo carattere folcloristico di quest’evento, inoltre, le guardie nel tempo non si sono mai intromesse, né hanno mai impedito questo tipo di comunicazioni, a patto che gli scambi verbali fossero davvero urgenti. C’è addirittura chi si è messo a fare gratuitamente il portavoce, perché con un tono di voce maggiormente possente, rispetto ai familiari, riusciva a farsi sentire meglio.

Una comunicazione che è sia interna sia esterna

Analogamente all’esterno, poi, anche dentro il carcere le comunicazioni cominciarono ad essere inoltrate in questa modalità: un’unica cella fa, tuttora, da centro di smistamento delle informazioni che si dirameranno in tutta la struttura.
Infine, in molti film si può rintracciare questa circostanza tutta romana. Nel Manolesta, con Tomas Milian; in Scuola di ladri, con Lino Banfi, che comunica dal colle con due detenuti per far arrivare il messaggio ad un imprenditore americano; e in La supertestimone, in cui Monica Vitti comunicava con Ugo Tognazzi.
Oggi quegli scalini, in realtà, sono meno utilizzati di un tempo, e l’ingresso più frequentato è quello di via San Francesco di Sales alle spalle di via della Lungara, ma il detto e la tradizione restano impressi nella cultura romana.