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L’11 gennaio si festeggiava a Roma una divinità davvero particolare, con in testa una corona di fave. Chi era e cosa rappresentava per gli antichi?

Ogni mese, persino ogni giorno per i romani equivaleva alla festa di una qualche divinità.
L’11 gennaio, in particolare, veniva celebrata la dea Carmenta. Chi era e cosa rappresentava per gli antichi?
Anche conosciuta sotto l’appellativo di Nicostrata, Carmenta era una delle dee Camene, ovvero faceva parte di quelle divinità arcaiche legate alle fonti, le cosiddette ninfee. La dea era inclusa, infatti, nel gruppo delle Indigens, cioè delle divinità primitive venerate sul suolo italico già prima dell’origine di Roma. Secondo alcune fonti, si trattava dell’amante segreta di Mercurio (il celebre messaggero degli Dei), da cui per altro avrebbe avuto un figlio di nome Evandro, personaggio della mitologia romana e dell’Eneide. Il nome della dea, e le sue caratteristiche, erano inoltre rintracciabili in alcuni scritti di Plutarco che, se da un lato la descriveva come una profetessa, che si pronunciava in versi, e infatti i Carmina erano, per i romani, i componimenti poetici in versi; dall’altro, ne parlava come una dea “priva di senno“, facendo riferimento al suo nome composto, e ai due termini latini carere, cioè privo, e mentem cioè intelletto.

Comunque stessero le cose, tutti concordavano su un fatto: la dea Carmenta era una maga, una profetessa e, soprattutto, era la protettrice delle donne, della gravidanza e la patrona delle levatrici.
Quando nasceva un bambino, infatti, era al suo tempio presso la Porta Carmentale, nelle vicinanze del colle Campidoglio, che veniva portato il neonato, perché potesse predirgli il futuro.
Così, ogni anno l’11 e il 14 gennaio, a celebrarla lì erano, per la maggioranza, le matrone romane che la onoravano non solo per il destino predetto ai figli, ma perché la dea pare le avesse favorite in una battaglia contro il Senato che aveva proibito loro l’uso delle carrozze.
Infine, Carmenta era la dea della musica e della danza, ed era in queste vesti che spesso veniva rappresentata con una corona di fave sulla testa e un’arpa, simbolo distintivo della sua capacità profetica, poi passato nelle mani del dio Apollo.

Durante la festa, ovviamente, si organizzava un grande banchetto, da cui erano però escluse le carni, perché la dea non tollerava l’uccisione degli animali e le sue sacerdotesse dovevano astenersi dai prodotti d’origine animale (compresi i pellami). Dopo aver rimpinzato lo stomaco, si passava poi ai canti e alle danze, a cui partecipava l’intera popolazione. La celebrazione andava avanti, a suon di musica e di risate, dal mattino al tramonto, per molti addirittura durante la notte, con alcuni rituali d’accoppiamento. Una pratica – questa – che fu più avanti severamente vietata.
Concludendo, è curioso che alcuni attribuissero alla dea Carmenta l’invenzione dell’alfabeto latino! Secondo alcuni racconti, fu proprio la dea a sistemare in un codice i primi quindici segni latini, grazie al figlio Evandro che, a ritorno dalla Grecia, aveva riportato con sé l’alfabeto pelasgico.

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