"Roma al Metro": cosa si può vedere scendendo a Battistini? | Roma.Com

“Roma al Metro”: cosa si può vedere scendendo a Battistini?

Fu aperta per la prima volta il 1 gennaio del 2000. Quali luoghi simbolici della capitale è possibile andare a visitare scendendo alla fermata Metro A Battistini? Ve lo dice “Roma al Metro”, la rubrica di Roma.com 

Battistini, cosa è possibile visitare all’uscita della Metro

La Metro A di Roma è probabilmente la più ricca d’attrazioni, per chi vuol visitare la città. Passo passo, con la nuova rubrica Roma al Metro, cercheremo di proporvi allora qualche suggestivo itinerario, a seconda della fermate (prima della A, poi della B). Partiamo quindi dalla prima, Battistini, aperta all’inizio del XXI secolo e prima stazione della linea A ad essere stata dotata di varchi antievasione, dal 2007.


(Fonte: Wikipedia)

All’incrocio dell’omonima via, dedicata all’artista Mattia Battistini, baritono italiano nato a Roma poco dopo la seconda metà dell’800, decidendo di farvi una passeggiata nei dintorni di questa fermata Metro, avrete l’opportunità di visitare il noto quartiere di Primavalle, uno dei più antichi della città, come sostengono alcuni studiosi che, nell’area, hanno trovato tracce dell’antica popolazione degli Etruschi.

Il quartiere di Primavalle

Denominato Primavalle già dal 1547, ad evidenza di alcune mappe geografiche dell’epoca, sebbene questo caratteristico quartiere romano non possa vantare la presenza di particolari monumenti storico-artistici, a fare la differenza è la presenza di numerosissimi centri culturali, oltre che del bellissimo Parco Urbano del Pineto: un’immensa area verde, seconda per grandezza (240 ettari) al Parco regionale dell’Appia antica, che abbraccia sia Primavalle, sia  i quartieri Aurelio, Balduina e Pineta Sacchetti, e dalla quale è possibile scorgere una meravigliosa vista panoramica sul cupolone nazionale.


(Fonte: Blog Uomini e Donne)

Originariamente proprietà della famiglia del pontefice Pio V, questa tenuta fu ceduta a fine ‘500 alla famiglia Sacchetti. Ed è a loro che si deve la sua struttura, opera di grandi risorse economiche e di incredibili artisti. La casata vi fece infatti costruire una magnifica villa di campagna, oggi non più esistente se non in alcuni disegni e schizzi dell’epoca, ingaggiando uno dei migliori architetti barocchi di quegli anni, l’artista Pietro da Cortona. Divenuto poi terreno dei Torlonia, il parco passò nelle mani di una società immobiliare, con l’intento di utilizzarlo a scopo di lucro. I lavori furono però bloccati e, più tardi, il comune di Roma espropriò l’area, destinandola a parco pubblico e oasi naturalistica.

Parco Urbano del Pineto, le curiosità

Come se non bastasse, però, nell’afoso agosto 2007 il parco prese fuoco, per una parte davvero consistente di terreno. Le considerevoli proporzioni del segmento, arso dalle fiamme, richiamarono l’intervento di tantissimi vigili del fuoco, nonché di tre elicotteri muniti di cisterna, utili a gettare l’acqua dall’alto, nel tentativo di spegnerlo. L’evento si ripetè anche nel 2009 (forse, in modo doloso) e nel 2016, anno in cui venne distrutta una parte verde molto vasta del parco: quella a ridosso del Forte Braschi.


(Fonte: Ministero dei Beni Culturali)

Una curiosità su questo parco, che nel quartiere omonimo prende il nome di Pineta Sacchetti, è che D’Annunzio, ospite dei principi Torlonia, ne trasse ispirazione per la sua Leda senza cigno, del 1916. Si legge, infatti:

«Chiudo gli occhi, col capo tra le mani, coi gomiti su la pietra del parapetto; e il silenzio m’accompagna nella memoria la via di santa Marta, la via delle Fondamenta, deserte e sonore sotto il mio passo, ove in giorni inquieti di giovinezza e di ambizione cercai un che di grande e di remoto all’ombra dei Palazzi Vaticani. Rivedo, più oltre, la Pineta Sacchetti, simile a un colonnato chiomoso, ove tra l’erba fioriva il porrazzo che è l’asfodelo dell’Agro, per me inespugnabile come quello dell’Ade. Là solevo far lunghe soste, in vista della mole papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d’una violenza flessibile e audace, in quel modo che un cacciatore si ricorda del fiato forte di una fiera con cui ha combattuto da vicino»

 

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