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Massimo esponente della corrente letteraria del realismo, Stendhal soggiornò in Italia più di una volta. Tuttavia, solo nel 1829 scrisse un libro sui giorni passati a Roma, dal titolo Promenades dans Roms, Passeggiate romane. Cosa lasciò la capitale allo scrittore francese?
«È sempre importante ricordare che l’Italia di Stendhal non è solo un mito, ma anche un racconto, o meglio un insieme, un prodigioso sviluppo di racconti soggetti all’azione del tempo, al mutare delle prospettive, all’influsso delle circostanze storiche e di quelle private. In questa meravigliosa costruzione alla quale collaborano diari, lettere, saggi, corrispondenze giornalistiche, romanzi e racconti, Roma rappresenta il capitolo finale, la realtà più difficile da assimilare e trasformare in scrittura».
La Roma che si dispiega agli occhi di Stendhal è una città ancora poco popolata, il traffico non l’ha ancora invasa. Qualche rovina spunta qua e là ma, per lo più, l’antico splendore imperiale dorme indisturbato sotto la natura incolta che, nel frattempo, ha preso il posto degli spazi abbandonati dall’uomo. Gli scavi archeologici non hanno ancora riportato in luce tutti i monumenti che oggi vediamo, eppure il fasto degli edifici, le meraviglie architettoniche del dominio papale e gli intrighi del Vaticano accompagnano i passi dello scrittore francese, in un viaggio che va ben al di là della mera catalogazione di eventi, strutture o fatti, e che lascia al lettore la possibilità di vivere e di assaporare il gusto di quelle usanze ormai passate; di una bellezza che, da allora, ne ha visti di oltraggi. Roma appare a Stendhal molto più complessa di quella città maleodorante e deprimente che s’era lasciato alle spalle pochi anni prima. E così una mattina di giugno, il tempo «enchanteur, pas de soleil et des Iaouffeées d’un air frais qui vient de la mer; il y a eu sans doute quelque tempete cette nuit», lo scrittore, a cui tocca il ruolo di cicerone, decide di passeggiare, accompagnato da alcuni suoi conoscenti e da quell’amico con cui divide l’abitazione di Palazzo Cavalieri, proprio dentro Roma.
Sette personaggi, sette amici, quattro uomini e tre donne; due anni e sette sentimenti, per godere a pieno di quella singolarità che la capitale porta su di sé quasi le fosse stata cucita addosso. In fondo, sette modi di reagire, di fronte alle opere d’arte, al gusto gotico che sta prendendo piede a Roma e a quei modi di fare, della società romana, tutto sommato, piuttosto dissimili dalla sua Parigi e da quel «paese più brutto del mondo che gli sciocchi chiamano bella Francia». Da Trastevere agli affreschi di Raffaello, dal Vaticano alle meraviglie di Michelangelo, dai Fori Imperiali alla chiesa di Santo Stefano Rotondo, fino a raggiungere la Santa Cecilia del Maderno, il tempo si slarga e si condensa, per i protagonisti di quest’avventura, come se fosse un attributo necessario all’esperienza estetica. Soprattutto, se si tratta di Roma e dei suoi sopraffini dettagli artistici. Perché certe bellezze di Roma non sono affatto così immediate e, come solo i grandi amore sanno fare, hanno bisogno di lunghe attese. Per questo, lo sguardo va educato e il sentimento esercitato.
«3 agosto 1827 – è la sesta volta [in realtà quinta] che entro nella Città Eterna, eppure il mio cuore è profondamente turbato. È abitudine inveterata delle persone sensibili commuoversi arrivando a Roma e quasi mi vergogno di quello che ho scritto»
A rapire il cuore dei sette amici non sono solo i patrimoni artistici-culturali di Roma, ma anche il popolo, le sue usanze e i suoi modi di fare. La vita nella capitale è sintomo di una forza e di un’energia che solo poche altre città hanno. Allora a Roma è una costante – tanto quanto a Napoli – amare i fatti alle parole, scrive Stendhal senza mezzi termini. Una logica, quella romana, spesso fraintesa, che è difficile da comprendere e che invece nella giusta disposizione d’animo si rende chiara: «non c’è mai nei ragionamenti la minima distrazione per inseguire un frizzo o un’allusione piccante. Le passioni sono profonde e costanti e si tratta per prima cosa di non sbagliarsi». Così, anche «i gesti di una romana sono semplici e vivaci sia che si trovi a teatro sotto gli occhi di tutti, sul davanti di un palco molto illuminato, o in fondo a un salotto con le persiane completamente chiuse». Roma è vera, onesta, senza fronzoli. Roma non annoia e non annoiano nemmeno i suoi paesaggi, anzi «la maggior parte dei panorami è dominata dai resti di qualche acquedotto o di qualche sepolcro in rovina che imprimono alla campagna romana un carattere grandioso che nulla è in grado di eguagliare […] qui l’anima è tutta presa da quel grande popolo che non c’è più».
«Niente sulla Terra è paragonabile a tutto ciò. L’anima è intenerita ed elevata, una gioia tranquilla la pervade tutta», scrive riferendosi alla Cupola di San Pietro. E ancora di fronte al Colosseo: «il mondo non ha mai visto nulla di altrettanto magnifico di questo monumento».
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