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Più di una volta abbiamo ricordato come Marte, il dio della guerra romano, fosse effettivamente una delle divinità di Roma più importanti nel pantheon, tanto da essere in età arcaica della triade degli dèi più rispettati. Conosciamo meglio ora il suo mito e l’episodio che coinvolge anche l’imperatore Nerone.
La figura della divinità di Marte probabilmente è una tra le poche ad essere pienamente autoctona, tra gli dèi venerati dai romani. Sappiamo infatti della facilità con cui la società romana era solita inglobare all’interno del proprio pantheon divinità straniere ed è cosa risaputa anche che una volta conquistata militarmente la Grecia, la cultura ellenistica invase e colonizzò praticamente ogni ramo della società romana. Da quel momento in poi infatti Marte comincia sempre più a prendere i tratti del suo corrispettivo greco Ares. In realtà però le due divinità già si somigliavano molto, se non che nei popoli italici il dio della guerra era anche protettore della fertilità, dei campi e di alcune peculiarità agricole di cui però gli studiosi ancora oggi non riescono a fare chiarezza.
Secondo il mito Marte fu un dio concepito solo da sua madre, Giunone, senza l’aiuto di suo marito Giove. Voi direte, visto che er boss degli dèi metteva continuamente le corna alla moje, se sarà voluta vendicà! In parte sì, s’è vendicata ma da sola. Infatti la storia racconta di una grande gelosia di Giunone dopo la nascita di Minerva che Giove aveva concepito da solo, facendola uscire dalla propria testa. La moglie allora, invidiosa di questo atto da parte del marito chiese aiuto a Flora, una delle divinità secondarie del pantheon romano, che le consigliò di andare in cerca di un fiore nelle campagne dell’Etolia, in Grecia, in grado di far concepire una donna al solo tocco. Così fece Giunone che rimase incinta di Marte e dopo averlo partorito lo fece allevare da Priapo.
Nel pantheon delle divinità di Roma, Marte ricopriva sicuramente un ruolo privilegiato per diversi motivi. Il primo sicuramente è quello di essere il padre dei due gemelli che portarono alla fondazione della Capitale dell’Impero, Romolo e Remo. La loro madre infatti, li concepì dopo essere stata conquistata dal dio Marte per cui i romani, tra di loro si riconoscevano e salutavano come figli di Marte. Forse proprio per questa loro presunta discendenza i romani davano molta importanza alla guerra e all’agricoltura, le due attività protette dal dio. Come vuole anche il nome il mese dedicato a questa divinità era Marzo, che prima della riforma del calendario da parte di Giulio Cesare era anche il primo mese dell’anno, non a caso. Durante questo mese si svolgevano le Feriae Martis, in cui i sacerdoti che erano dedicati al culto del dio, i Salii, portavano in processione i dodici scudi sacri, tra cui si raccontava che uno di questi era caduto dal cielo. Questo corteo percorreva tutta la città e fermandosi ogni notte in una stazione differente, ballavano e cantavano il misterioso Carmen Saliare, il canto dedicato a Marte:
“Cantate Lui, il padre degli Dei,
supplicate il Dio degli Dei,
quando tuoni, o Dio della luce,
davanti a te tremano
tutti gli Dei che lassù
ti sentono tuonare dalle nubi.”
Un ultimo episodio legato alla divinità di Marte e al legame che essa aveva con il popolo romano, ci porta ancora una volta a parlare di Nerone, l’imperatore che forse ne ha combinate di più tra tutti i principi dell’impero. Si racconta che a Roma all’epoca di quest’imperatore c’era una fontana, consacrata proprio al padre di tutti i romani e quindi molto venerata dai cittadini. Un bel giorno Nerone decise di bagnarsi in quello specchio d’acqua, commettendo così un sacrilegio agli occhi di tutta la popolazione, che da quel momento cominciò a pensare male di lui. Il caso volle che proprio dopo quel bagno l’imperatore cominciò ad avere problemi di salute, interpretati come la vendetta del dio per il gesto sacrilego. Forse questi motivi di salute erano gli stessi che gli fecero abbandonare la mastodontica villa sull’Aniene che si era fatto costruire.
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