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Anche gli antichi romani si scambiavano bigliettini di auguri, ma com’erano? E in che occasione venivano distribuiti doni?

(Fonte: Wikipedia)
Con la luna di marzo, cominciava nell’antica Roma l’anno nuovo. Gli antichi organizzavano allora delle festività chiamate Martiae Kalendae. Per l’occasione, nel tempio della divinità custode del fuoco sacro, la dea Veste, si decideva di rinnovare la fiamma ed era alle vergini vestali e al pontefice massimo che spettava il compito di riaccendere il fuoco. Tutto questo, nel cuore dell’Urbe. Durante queste cerimonie, l’imperatore Vespasiano era solito distribuire doni alle donne. Venivano chiamati apophoreta, e il fatto curioso è che quei regali non contassero solo di un oggetto, ma fossero muniti di un bigliettino.

(Fonte: trentaminuti)
Dal latino, “cose da portar via“, gli apophoreta potevano essere, spesso, cadeaux per gli ospiti consegnati alla fine di un convivio; oppure, come in questo caso, ricordi legati ad un evento in particolare. A volte, inoltre, la consuetudine diventava un gioco, per i romani. Ognuno doveva quindi pescare a sorte il proprio regalo, e l’occasione diventava un vero e proprio momento di ilarità e divertimento, per via delle combinazioni buffe che potevano avere luogo.
Così come i regali, le dediche potevano essere di tantissimi tipi. Poteva trattarsi di una dichiarazione d’affetto, di una d’amore oppure di un biglietto scritto sotto forma di distico. Un termine, col quale si intendeva una strofa di due versi che metteva in luce i pregi dell’oggetto che si stava regalando. Una volta, ad esempio, Marziale regalò dei libri e lo specificò nel suo bigliettino: «Per te questo tomone/Fiume: quindici libri di carmi/Contiene di Nasone».

(Fonte: RomeAndArt.eu)
Di tutt’altra specie erano, poi, gli xenia, ovvero i “doni ospitali” che un padrone di casa faceva a chi soggiornava nella sua domus. Non erano oggetti da poter portare via, ma piuttosto affreschi di “nature morte” con cui abbelliva le stanze di chi vi avrebbe dormito. Ovviamente, si facevano pensierini anche nel periodo dei Saturnalia, le festività che somigliavano al nostro Natale, e sull’occasione di un compleanno (sai che i romani furono i primi a festeggiarlo?).
In età imperiale, infine, prese piede l’usanza di rimandare a casa gli invitati con dei doni, anche in altri momenti di divertimento, come gli spettacoli teatrali o circensi. Chi organizzava l’evento, l’editor, aveva il compito di provvedere alle missilia. Si lanciavano allora dall’arena dell’anfiteatro o dal palco dei piccoli doni, diversi a seconda dei vari momenti della giornata.

(Fonte: Cronistoria – Altervista)
Durante i giochi mattutini il pubblico poteva ricevere frutta secca, come fichi, noci, datteri, ma anche formaggio e pane; mentre in quelli pomeridiani alimenti più sostanziosi, come galletti, fagiani, uccelli da cacciagione.
Immancabile, poi, la lotteria, che prevedeva doni di ogni tipo: vestiti, utensili, stoffe, ma anche cose più preziose, magari d’argento, o i ninnoli, ovvero oggettini finemente decorati, usati per lo più come abbellimenti per le case. Se chi commissionava i ludi era piuttosto ricco, si potevano persino vincere animali di grossa taglia come cervi, cavalli selvatici, cinghiali, camosci o daini.
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